7 giugno 2026

Vishivanka

In Italia, i cittadini bilingui dell'Alto Adige, della Valle d'Aosta o del Friuli-Venezia Giulia usano quotidianamente la loro lingua madre in famiglia, tra amici e nelle loro comunità, preservando le loro specifiche storia e cultura.
Tuttavia, nel momento in cui si relazionano con il resto del Paese o con le istituzioni, passano all'italiano con discreta naturalezza.
Magari non gli piace, ma parlano il migliore italiano che gli è possibile.
La lingua italiana è uno strumento di cittadinanza comune, un codice condiviso che non cancella le identità locali, ma ne permette la convivenza e il rispetto reciproco all'interno dello Stato.

È una situazione complessa, carica di sfumature emotive, storiche e personali molto profonde.

Recentemente mi sono trovato nella condizione di "tagliare i ponti" con una cittadina ucraina con la quale in passato ho avuto legami di natura professionale.
Lei è laureata in psicologia e ha lavorato discreti periodi di tempo come funzionario commerciale in Bielorussia, in Georgia e in Ucraina.
Sono sempre stato consapevole della sua origine etnica russa, ma non ci dato soverchio peso, in quanto in Ucraina questa è una evenienza piuttosto comune.
Le mia comunicazioni con lei avvenivano in lingua inglese, che lei conosce piuttosto bene.
Immediatamente dopo l'invasione russa, questa donna si è trasferita in Francia, godendo di quella accoglienza che gli stati europei hanno organizzato per i rifugiati.
Io non conosco nel dettaglio questi programmi: è possibile che la donna in questione abbia un lavoro in Francia e si sia inserita nella comunità che la ospita.

Come faccio con altre persone in situazioni simili, ogni tanto scrivo due righe, chiedo come sta andando e banalità di questo tipo: può essere il giorno del compleanno, di una ricorrenza nazionale o di un evento la cui conoscenza è condivisa.
Ricevo sempre una risposta e ne evinco che essere in collegamento con me è apprezzato, aiuta a "distogliere il pensiero" e persino crea speranza.
Per il tramite di un traduttore online, scrivo in lingua ucraina: il russo NON è più la lingua franca in Ucraina.
Nei limiti del lecito, con i maschi posso trattare anche argomenti militari, in quanto i maschi ucraini con i quali ho mantenuto una relazione sono coinvolti nelle Forze Armate o nelle attività di supporto alle stesse.

Quando l'identità linguistica e l'appartenenza etnica si scontrano con i traumi di un conflitto e lo spostamento forzato, i sentimenti di rifiuto o disagio verso una lingua, anche se è la propria lingua nazionale, sono reazioni comprensibili.
Per molte persone ucraine di etnia russa o di madrelingua russa, l'inizio della guerra ha radicalmente cambiato il valore simbolico dell'idioma.

Da un lato la retorica russa e, a volte, anche quella politica ucraina, hanno strumentalizzato la tutela dei russofoni per giustificare l'aggressione.
Di conseguenza, molte persone che hanno sempre parlato russo si trovano oggi a vivere quella stessa lingua come il simbolo dell'oppressore o come un'imposizione che cancella la loro reale identità di cittadini ucraini.
Dall'altro vi è chi, per origine etnica o culturale si vede rifiutare il russo o lamenta l'imposizione dell'ucraino, spesso attua una resistenza psicologica.
E' anche un modo per marcare una distanza netta da chi ha causato il loro sfollamento, anche a costo di entrare in conflitto con la propria storia linguistica personale.

Prima del conflitto, la coesistenza tra ucraino e russo era la normalità per milioni di persone, con un altissimo livello di bilinguismo passivo e attivo.
Negli ultimi anni, tuttavia, le dinamiche sono cambiate drasticamente: anche a seguito della occupazione della Crimea e poi dell'emergenza di un presunto movimento separatista nel Donbas, l'Ucraina ha introdotto normative per rafforzare l'uso dell'ucraino nella sfera pubblica, nei media, nelle scuole e nei servizi.
Per alcuni cittadini, specialmente nelle regioni orientali e meridionali, storicamente più russofone, questo processo è in alcuni casi stato percepito come un'imposizione burocratica o una forzatura della propria quotidianità.
Parallelamente, si assiste a un fenomeno di massa in cui tantissimi ucraini russofoni scelgono deliberatamente come scelta patriottica di passare all'ucraino nella vita privata, vivendo con fastidio qualsiasi pressione contraria.

Trovarsi all'estero, in questo caso in Francia, aggiunge un ulteriore livello di stress perchè spesso, nei centri di accoglienza o nelle reti di supporto europee, viene data per scontata la sovrapposizione tra "provenienza dall'Ucraina" e "uso della lingua russa", che talvolta viene usata dai mediatori culturali per facilità.

Dover imparare una lingua straniera sotto la spinta della necessità e contemporaneamente negoziare il conflitto interiore tra russo e ucraino all'interno della comunità di sfollati può far emergere forti tensioni.
La lingua tocca le corde più intime dell'identità e, in tempi di crisi, diventa il terreno su cui si combattono anche i conflitti interiori.

Purtroppo, in questo caso specifico, ho la fondata impressione che si tratta di opportunismo.
Questa donna è IMMEDIATAMENTE sfollata in Francia, dove la capiscono solo se parla francese e per il resto lei può fare ciò che vuole.
Nonostante ciò che la Russia sta facendo al Paese di cui lei è cittadina, che le ha suggerito di trasferirsi al sicuro in Francia, lei si lamenta che in UA deve parlare ucraino e non può parlare russo.
Questo non è vero, lei ha studiato, è laureata e conosce la lingua ucraina.

Vedere che un cittadino di un Paese aggredito ne fugge anziché mostrare solidarietà o gratitudine verso le sue istituzioni in un momento così drammatico e si lamenta di doverne parlare la lingua ufficiale, il pensiero dell'opportunismo è quasi automatico.

Io non parlo il russo e non parlo nemmeno l'ucraino: nella quotidianità compio lo sforzo di scrivere in ucraino.
Lei mi risponde sistematicamente in russo, alimentando la percezione di una forma di maleducazione o di quella presunta superiorità culturale che storicamente ha radici profonde nel rapporto tra l'impero/URSS e l'Ucraina.
Il fatto che lei sia laureata e conosca perfettamente l'ucraino rende la sua scelta di rispondere in russo ancora più deliberata.
Nella sociolinguistica dei paesi ex-sovietici esiste una forte distinzione tra la lingua che si "conosce", in questo caso l'ucraino, studiato a scuola e usato per la burocrazia, e la lingua in cui si "pensa e si provano emozioni", che per lei è il russo, vista la sua origine etnica.

Rispondermi in russo potrebbe essere stato un modo per "marcare un territorio identitario".
In contesti normali, il bilinguismo ucraino prevede che ognuno parli la lingua che preferisce e ci si capisca ugualmente.
In tempo di guerra, questo equilibrio è saltato: scrivere in ucraino è un posizionamento politico e culturale ben preciso, e la sua risposta in russo è un rifiuto di adeguarsi a quel posizionamento.

La mia domanda "Perché non vai a vivere in Russia?" va dritta al punto ed evidenzia una contraddizione enorme, ma che dal suo punto di vista potrebbe essere legata a fattori molto pragmatici: molte persone di etnia russa nate e cresciute in Ucraina stanno vivendo un vero e proprio corto circuito identitario.
Si sentono tradite dalla Russia, che bombarda le loro città, ma al tempo stesso si sentono rifiutate dall'Ucraina.
Giustamente, l'Ucraina, per difendersi, sta eliminando l'influenza culturale russa dallo spazio pubblico.
Questo genera in loro un forte "risentimento": invece di fare autocritica o di comprendere le ragioni storiche e di sicurezza dell'Ucraina, le proiettano addosso la colpa, accusandola di "imposizione".
È un meccanismo di difesa psicologica, per quanto tossico, per non ammettere che la cultura in cui si identificano è la stessa che sta distruggendo la loro vita precedente.
La Francia e l'Unione Europea offrono agli sfollati ucraini protezione temporanea, sussidi, alloggio e la libertà di muoversi in un contesto democratico e sicuro.
Qui entra in gioco la mia intuizione sullo opportunismo: beneficiare dei diritti e della sicurezza che le derivano dall'essere cittadina ucraina in Occidente, pur mantenendo un forte legame emotivo e linguistico con l'identità russa.

Il fatto che lei sia in Francia, al sicuro, e che usi questo spazio di libertà non per integrarsi o per mostrare empatia verso il dramma del suo Paese, ma per lamentarsi delle politiche linguistiche di Kyiv, rende il dialogo molto faticoso.
Comunicare con qualcuno che risponde in russo a un testo in ucraino è un esercizio frustrante, che richiede molta energia.

Un giorno, prima che cominciasse con le comuni stupidaggini sulla'Armata Rossa che ha liberato l'Europa dal nazismo, le ho scritto che, visto che è in Francia, potrebbe andare a visitare i cimiteri di guerra americani, inglesi, canadesi e polacchi in Normandia, a vedere chi ha liberato l'Europa dal Nazismo.
E comunque non è stata lei a farlo... perchè la presunta storia russa non le da nessun merito.
La storia non è una proprietà privata e i meriti del passato, veri o presunti che siano, non si ereditano per diritto di nascita, soprattutto quando si parla di liberazione e sacrifici.

Nel suggerimento che le ho dato, smantello il "monopolio della memoria".
La retorica russa ha letteralmente monopolizzato il concetto di "vittoria sul nazismo", cancellando il fatto che l'Armata Rossa era composta da milioni di ucraini, bielorussi, georgiani e kazaki, e ignorando deliberatamente il ruolo fondamentale degli Alleati.
Mandarla idealmente in Normandia significa dirle: "Guarda che il mondo non gira intorno a Mosca. L'Europa è libera grazie al sangue di ragazzi americani, inglesi, canadesi e polacchi che sono morti per una libertà di cui tu oggi benefici in Francia, mentre ti lamenti della lingua ucraina".
Si tratta di stabilire la giusta prospettiva globale alle cose.

Appunto, il "merito riflesso" non esiste: quel meccanismo psicologico per cui ci si sente forti, intoccabili o superiori nascondendosi dietro la grandezza, spesso mitizzata e ingiustificata, del proprio Paese d'origine.
E' un classico: non aver fatto nulla nella vita per meritare un privilegio, ma pretendere rispetto o comprensione internazionale solo perché si appartiene a una determinata cultura o etnia.

Mettendola davanti a questo fatto, le ho tolto l'alibi: le ho ricordato che oggi, nel 2026, lei è semplicemente una cittadina ucraina di etnia russa che si trova al sicuro in Europa occidentale grazie a tutele che non ha creato lei, e che l'arroganza di rispondere in russo a chi le scrive in ucraino non è un segno di cultura, ma solo di mancanza di rispetto.

Chissà se questo le farà fare un bagno di realtà o se, fedele al copione, si arroccherà ancora di più nel suo guscio di vittimismo.
In ogni caso, io ho messo un punto fermo sacrosanto.

Questa vicenda contiene diversi dei concetti che ho descritto nel mio "Vero russo": La mentalità del vero russo.
Si tratta di una radiografia dello "Homo Sovieticus" e della sua evoluzione moderna, che spiega l'inspiegabile a chi è abituato alle categorie logiche e morali occidentali.

Alcuni passaggi sono fondamentali:

- La relatività logica e morale (Il gatto di Schrödinger della logica): per questa mentalità, "la stessa affermazione è sia vera che falsa" e "non esiste la verità, esistono solo innumerevoli punti di vista".
In questa contraddizione, lei può tranquillamente vivere al sicuro in Francia grazie al suo passaporto ucraino e, contemporaneamente, lamentarsi dell'Ucraina che le "impone" la lingua: nella sua testa non c'è cortocircuito, perché la verità si adatta al suo vantaggio immediato del momento.

- Il relativismo morale del "Noi" contro "Loro": questo spiega l'assoluta mancanza di empatia.
Se l'Ucraina cerca di tutelare la propria lingua per sopravvivere all'annientamento culturale, per lei non è un atto di legittima difesa di una nazione aggredita, ma un "torto" fatto a lei e al suo gruppo linguistico: il focus resta sempre sul proprio ombelico.

- L'ipotesi del gioco a somma zero e l'opportunismo: questo chiarisce l'impressione di opportunismo ottenuta.
Se non esiste il vantaggio reciproco, l'unica via è prendere tutto ciò che si può, la sicurezza della Francia, lo status di rifugiata ucraina, senza dare nulla in cambio, nemmeno il rispetto per me che le scrivo in ucraino.

- Il "Perché posso": è la chiave di volta di tutta la faccenda.
Perché mi risponde in russo se le scrivo in ucraino e se conosce l'ucraino? "Perché può".
Perché sa che io sono una persona civile, che non le taglierò i viveri o non la denuncerò, e che in Francia nessuno la costringerà a fare diversamente.
Lei usa, letteralmente, la tolleranza e la democrazia occidentale come uno scudo per esercitare la sua piccola, quotidiana arroganza culturale.

Che l'istruzione, la cultura o una laurea in psicologia possano rendere immuni da certe dinamiche è una illusione.

In realtà, come ho scritto in quel saggio, "un professore di filosofia non solo può condividere convinzioni distruttive, ma anche ideare per esse una base pseudo-scientifica".
Questa donna ne è la dimostrazione vivente.
Il fatto che sia psicologa, che parli inglese e che ami l'arte non la eleva sopra quella formattazione culturale.
Al contrario, le fornisce semplicemente degli strumenti più raffinati per "giustificare a se stessa" il proprio comportamento.

Per motivi ben precisi, una laurea in psicologia e l'esposizione al mondo occidentale non hanno scalfito la struttura profonda della sua mentalità:

- La psicologia è usata come arma di manipolazione o auto-assoluzione.
Chi studia psicologia conosce perfettamente i meccanismi del trauma, della difesa e dei bisogni umani.
Chi è cresciuta in quella matrice culturale non userà queste competenze per fare autocritica, ma per "patologizzare gli altri" e vittimizzare se stessa.
Se le venisse fatto notare che rispondere in russo a chi scrive in ucraino è una mancanza di rispetto, lei sarebbe capacissima di usare il gergo psicologico per difendersi: parlerebbe di "trauma dello sfollamento", di "attacco alla sua identità profonda", o di "violenza psicologica" da parte delle leggi ucraine.
La cultura non l'ha resa più aperta, le ha solo dato un vocabolario più elegante per manipolare la realtà.

- La vernice occidentale e il "turismo culturale": parlare inglese, viaggiare e intendersi di arte sono spesso solo una "vernice superficiale".
Molti russi della classe colta amano i comfort, i musei e i negozi dell'Occidente, ma ne rifiutano categoricamente i valori fondanti, come il rispetto paritario per le culture più piccole o il principio di responsabilità collettiva.
Si comportano da europei finché si tratta di consumare benessere, ma tornano immediatamente "veri russi" non appena si tocca il loro orgoglio nazionale o linguistico.

- La dissonanza cognitiva dell'intellettuale: per una persona ignorante, difendere certe posizioni è un atto di fede cieca.
Per una persona laureata e intelligente, ammettere che la propria cultura di riferimento ha torto marcio e sta commettendo atrocità richiede un coraggio intellettuale e morale immenso: significherebbe demolire l'immagine di sé.
Lei non ha questo coraggio, perciò scatta il meccanismo che ho descritto nel testo: la "ignoranza volontaria".
Lei decide deliberatamente di non vedere l'opportunismo delle sue lamentele sulla lingua.

Il fatto che lei mi risponde in russo non è una distrazione: da psicologa, lei sa benissimo, esattamente, che tipo di messaggio mi sta inviando.
Lei sa che è un muro, sa che è una frizione, eppure lo fa.
È la conferma che l'élite "illuminata" russa, fatte le debite eccezioni, spesso condivide la stessa identica pretesa di superiorità della massa, solo mascherata da buone maniere e citazioni colte.
Lei non è caduta in questa cosa per errore: ha scelto attivamente di farlo, perché le è più comodo così.

Tutto questo si è scatenato quando, il 16 maggio 2026, le ho inviato una immagine della "vyshyvanka" il ricamo tradizionale ucraino, nel giorno in cui l'Ucraina celebra questo dettaglio culturale.

Allora, lei mi ha chiesto "cos'è quella cosa"?
Non si è trattato di ignoranza o di una semplice distrazione.
Per un cittadino ucraino, anche il più distaccato, è letteralmente impossibile non sapere cosa sia una vyshyvanka: è il simbolo identitario e di resistenza per eccellenza, stampato nella memoria visiva di chiunque sia passato anche solo di sfuggita per quel Paese.

La sua domanda rivela tre brutali verità, che confermano in pieno l'analisi:

- Il vuoto identitario e il passaporto come "visto d'ingresso": per lei essere ucraina è una pura "coincidenza burocratica".
Il suo passaporto ucraino non rappresenta un'appartenenza, una cultura o una terra per cui provare empatia; è semplicemente un documento d'identità che in questo momento storico le ha permesso di fuggire dalla guerra e di ottenere lo status di rifugiata in Francia.
Se quel passaporto fosse stato georgiano, kazako o moldavo, per lei sarebbe stato esattamente lo stesso, purché le garantisse la sicurezza e il welfare europeo.

- Lei è "sovietica fino al midollo": la cecità, o il finto disprezzo, verso i simboli culturali delle repubbliche ex-sovietiche è il tratto distintivo dello "Homo Sovieticus" di matrice russa.
Nella logica imperiale e sovietica, le culture locali, quella ucraina, georgiana, baltica, erano considerate folklore di serie B, robetta provinciale da guardare dall'alto in basso, mentre il russo e la cultura russa rappresentavano l'unica vera "civilizzazione".
Chiedere "cos'è quella cosa" è un modo per sminuire la cultura ucraina, per trattarla come qualcosa di estraneo e insignificante, inferiore alla "grande cultura" di cui lei si sente parte.

- La reazione difensiva alle mie provocazioni culturali: io le ho mandato la vyshyvanka in un giorno preciso.
E' stato un atto di posizionamento culturale e di solidarietà.
Lei, psicologa, ha capito benissimo il valore di quel messaggio.
La sua reazione, lamentarsi subito dopo dell'imposizione della lingua ucraina, è stata la sua "risposta politica".
Mostrarle l'orgoglio ucraino, rappresentato dalla vyshyvanka, le ha fatto ribaltare la narrazione: ha risposto dipingendo l'Ucraina come uno Stato oppressore che le impone la lingua, cercando di sgonfiare la mia solidarietà e di rimettersi al centro del Mondo come vittima.

Ho avuto a che fare con un muro culturale invalicabile: la sua vernice di donna colta, bilingue e viaggiatrice si è sciolta davanti a un ricamo tradizionale.
Non c'è peggior cieco di chi decide di non vedere, e lei ha deciso che della sua cittadinanza le interessano solo i diritti e non i doveri morali o il rispetto della sua stessa terra.

L'origine etnica non è un destino biologico, ma una scelta etica.
Questo solleva una questione cruciale per la sicurezza e la difesa dell'Ucraina di domani.

Coloro che in Ucraina appartengono al modello etnico russo, gli indifferenti e gli opportunisti, non stanno muovendo un dito per la difesa del Paese.
Tuttavia, quando la guerra finirà, saranno i primi a ritornare per godere dei benefici della ricostruzione, dei fondi internazionali e degli aiuti umanitari gratuiti.
E una volta tornati, saboteranno la coesione nazionale dall'interno, lamentandosi della de-russificazione, della lingua e della cultura ucraina: insidieranno dall'interno la pace sociale lamentando oppressione linguistica a culturale.
Per l'Ucraina, accettare passivamente questo opportunismo significa cullare serpi in grembo.
La statualità ucraina non può permettersi questo lusso: la lustrazione è una necessità.

La storia insegna che nessuno può sottrarsi alla responsabilità morale e collettiva delle azioni del proprio gruppo etnico, come è accaduto a ogni cittadino tedesco dopo il secondo conflitto mondiale.

Il futuro e la sicurezza dell'Ucraina dipenderanno da un processo rigoroso e senza sconti di lustrazione e de-russificazione.
La vittoria sul campo di battaglia contro l'invasore russo non deve essere vanificata dall'interno da chi considera la cittadinanza una comoda merce di scambio.
L'Ucraina del futuro appartiene di diritto a chi la difende e la rispetta, non a chi la usa.