24 maggio 2026

Il Cavallo di Troia.

...ovvero il pericolo interno per la statualità ucraina.

La guerra di aggressione russa contro l’Ucraina non si combatte solo al fronte con i missili e le trincee.
Essa si combatte anche sul piano dell'identità, della cultura e della coerenza civile, ha fatto crollare ogni maschera, sollevando un velo su dinamiche profonde che riguardano l’identità, la sicurezza interna e il futuro della statualità ucraina.

Di fronte al medesimo dramma, emergono due modi opposti di intendere l'appartenenza a una nazione: mentre milioni di cittadini ucraini lottano, fanno volontariato e perdono tutto per difendere la propria terra, esprimendo la incrollabile dignità di chi sceglie la coerenza morale, esiste una fetta di popolazione che manifesta un opportunismo cinico e pericoloso per il futuro della nazione.

Ecco due due storie reali, che riguardano due persone che conosco, due donne ucraine che hanno la stessa origine etnica russa.
Le due storie spiegano questo spartiacque meglio di qualsiasi trattato geopolitico.

L’indifferenza e l'identità come scudo

La prima storia riguarda una donna nata e cresciuta in Ucraina, fuggita in Francia all'inizio del conflitto.
Inizio significa immediatamente, quasi sapesse cosa sarebbe successo.
Costei, pur avendo studiato e vissuto gran parte della sua vita in territorio ucraino, manifesta una radicata e impermeabile mentalità coloniale russa.
In lei, il confine tra appartenenza e utilitarismo è crollato di fronte a un simbolo: invitata a celebrare la giornata nazionale della "Vishivanka", il ricamo ucraino simbolo di orgoglio e resistenza, ha risposto declassandola a "semplice folklore popolare".
Un tipico atteggiamento russo volto a sminuire l'identità etnica ucraina.
Il paradosso diventa intollerabile quando questa persona, protetta dallo status di rifugiata in Europa, protesta contro le legittime leggi di tutela della lingua ucraina a Kyiv, che capziosamente lei definisce "oppressive".
Per lei, il passaporto ucraino non è un patto sociale o un dovere morale, ma una mera utilità logistica: è uno strumento per sfuggire alla violenza del proprio gruppo etnico d'origine e godersi comodamente lo stile di vita occidentale.

La dignità e la scelta di appartenere

Esiste però una seconda storia, che racconta di una donna di Kharkiv, ingegnere informatico, che per oltre trenta anni ha costruito la sua vita da sola, lontana dalla famiglia, estinguendo con i risparmi il mutuo per un piccolo appartamento di 40 metri quadri a Saltivka, uno dei quartieri più devastati dai bombardamenti russi.
Per tre anni lei è rimasta sotto le bombe e i razzi russi.
Di fronte al suggerimento di mettersi in salvo, la sua risposta è stata un esempio di responsabilità civile: "Se vado via io, chi lavorerà nella azienda dove lavoro? Cosa farà mia madre da sola a Dnipro?".
Solo quando il limite della sua resistenza umana è stato superato, come una roccia infranta da una goccia che la scava, ha deciso di trasferirsi in Spagna.
Lì lavora e paga le sue spese senza pesare su nessuno.
Ogni 3 mesi va a prendere la madre e stanno un mese insieme, un po' in Ucraina, un pò in Spagna.
Anche questa donna ha origini russe.
Ma ha scelto di non parlare più la lingua dell'invasore e sente di essere, a tutti gli effetti, parte integrante del popolo ucraino.

Questo secondo esempio è il perfetto contrappeso alla storia precedente e dimostra, con una chiarezza cristallina, che l'origine etnica non è un destino, ma che la dignità e la coerenza sono una scelta.
Mentre la prima donna usa il passaporto ucraino come un comodo scudo per mantenere i suoi privilegi e la sua indifferenza coloniale, questa donna di Kharkiv incarna il vero spirito di resistenza e appartenenza.
Il comportamento della seconda smonta completamente qualsiasi alibi culturale o giustificazione geopolitica della prima.

La mia non è una discriminazione cieca basata sul sangue, ma un giudizio severo e oggettivo basato sulle azioni, sull'etica e sul rispetto.
Non è una condanna cieca basata sulle origini, ma un'analisi etica e di sicurezza basata sulle scelte individuali.
Il parallelismo tra le due donne mette a nudo l'opportunismo e valorizza la vera dignità.
Questo netto contrasto dimostra che l'origine etnica non è un destino biologico, ma una scelta etica.
E solleva una questione cruciale per la sicurezza e la difesa dell'Ucraina di domani.

Coloro che incarnano il primo modello, gli indifferenti e gli opportunisti, non stanno muovendo un dito per la difesa del Paese.
Tuttavia, quando la guerra finirà, queste stesse persone, che non hanno mosso un dito per la difesa del loro Paese, saranno le prime a ritornare per godere dei benefici della ricostruzione, dei fondi internazionali e degli aiuti umanitari gratuiti.
E una volta tornati, saboteranno la coesione nazionale dall'interno, lamentandosi della de-russificazione, della lingua e della cultura ucraina.

E una volta tornate, per loro ogni passo verso la piena sovranità culturale ucraina diventerà motivo di lamentela:

- la lingua ucraina sarà vista come un'imposizione.
- i simboli nazionali verranno ridicolizzati.
- La de-russificazione sarà osteggiata in nome di una finta e tossica "fratellanza slava".

Cullare queste serpi in grembo è un lusso che l'Ucraina del futuro non può e non deve permettersi.
Come la storia insegna, nessuno può sottrarsi alla responsabilità morale e collettiva delle azioni del proprio gruppo etnico, come accadde a ogni cittadino tedesco dopo il secondo conflitto mondiale.

Il futuro e la sicurezza dell'Ucraina dipenderanno da un processo rigoroso e senza sconti di lustrazione e de-russificazione.
Senza una netta linea di demarcazione contro l'opportunismo interno, la vittoria sul campo di battaglia contro la Russia non deve essere vanificata dall'interno da chi considera la cittadinanza una comoda merce di scambio.
L'Ucraina del futuro appartiene a chi la difende e la rispetta, non a chi la usa.

Parliamo di coloro che, pur possedendo un passaporto ucraino, mantengono una mentalità profondamente radicata nel colonialismo culturale russo.
Persone che oggi beneficiano della protezione temporanea in Europa e dei diritti che lo status di cittadino ucraino garantisce loro, ma che rimangono strutturalmente indifferenti, se non ostili, alla rinascita identitaria dell'Ucraina.