9 luglio 2026
Quando i traditori vanno in TV
Riguardo ai deplorevoli arresti dell'altro ieri, deplorevoli perché è deplorevole che chi dovrebbe operare per la comune sicurezza si faccia corrompere e "venda" informazioni che non dovrebbe cedere in alcun modo a una potenza straniera, i traditori si meritano una punizione esemplare e su questo non si discute.
Mi è però venuto in mente il mantra che caratterizza un certo Generale di Corpo d'Armata, secondo cui "non ci conviene isolare la Russia, perché la Russia non è nostra nemica" (?).
OK, non voglio investigare da dove costui tragga questa convinzione.
Sommessamente, mi chiedo, se la Russia non è nostra nemica, perché infila spie ovunque e corrompe i nostri funzionari per ottenere informazioni?
È una contraddizione evidente.
La retorica del "la Russia non è un nemico" si scontra frontalmente con la realtà delle attività di intelligence e di interferenza che vediamo sul campo.
Nella dottrina geopolitica e di sicurezza, i fatti dicono l'esatto contrario di quel mantra:
1. La definizione dell'avversario: i documenti strategici della NATO e dell'Unione Europea definiscono chiaramente la Russia come la minaccia più diretta e significativa alla sicurezza comune.
Le sue azioni di spionaggio, il reclutamento di funzionari e l'acquisto di informazioni riservate sono atti ostili, non comportamenti da partner o paesi neutrali.
2. Perché lo fanno se "non sono nemici"?
Lo spionaggio e la corruzione servono a mappare le vulnerabilità di un Paese, a carpirne i segreti tecnologici e militari e a influenzarne le decisioni politiche.
Se uno Stato investe risorse per infiltrarsi nei tuoi apparati di sicurezza, ti sta trattando, a tutti gli effetti, come un bersaglio o un avversario.
3. La guerra ibrida: oggi l'ostilità non si misura solo con i carri armati, ma anche con la guerra cibernetica, la disinformazione e il reclutamento di "risorse" interne.
Queste attività servono a indebolire lo Stato dall'interno, creando instabilità e sfiducia nelle istituzioni.
Quindi, mentre una certa propaganda o visione geopolitica cerca di mantenere aperti canali di dialogo, o di giustificare determinate posizioni, le azioni concrete dei servizi segreti stranieri dimostrano che la postura nei nostri confronti è tutt'altro che amichevole.
Gli arresti dell'altro ieri ne sono la conferma plastica.
La Russia, intesa come il suo attuale apparato di potere e di intelligence, non ragiona in termini di "amicizia", ma di influenza, controllo e indebolimento di quelli che percepisce come avversari o pedine.
Ecco perché continuano a infilare spie e a corrompere funzionari anche nei paesi con cui a parole vorrebbero "dialogare":
- La dottrina della guerra ibrida: per il Cremlino, lo spionaggio, la cyber-guerra e la corruzione non sono strumenti da usare solo in tempo di guerra, ma attività costanti.
L'obiettivo è mappare le vulnerabilità dei paesi NATO, capire cosa sappiamo di loro e avere "asset", persone ricattabili o prezzolate, nei posti chiave.
- Asimmetria informativa: anche se un Generale o un politico occidentale sostiene che la Russia non sia un nemico, l'intelligence russa considera l'Occidente e la NATO, di cui l'Italia fa parte, come la minaccia principale alla propria espansione.
Di conseguenza, trattano le nostre informazioni strategiche come obiettivi militari o politici.
- La vulnerabilità come leva: comprare un funzionario non serve solo a prendere un documento oggi; serve a creare un canale di ricatto per il futuro.
Più un sistema è infiltrato, più è debole e ricattabile.
Mentre quel Generale parla di "non isolare la Russia", non si sa se sta seguendo una linea di realismo politico estremo o quella della vera e propria propaganda.
Nel frattempo, i servizi segreti russi questa domanda non se la pongono e badano al sodo, evidentemente.
Azioni concrete, come gli arresti, il passaggio di denaro, il furto di dati, dimostrano che la percezione di "amicizia" è decisamente a senso unico.
Il cerchio logico si stringe parecchio e la conclusione, per quanto dura, evidenzia una profonda incoerenza etica e professionale.
Quando un alto ufficiale sposa tesi che contraddicono direttamente la postura di sicurezza dell'organizzazione in cui ha militato per decenni, e da cui è stato lautamente remunerato, si aprono effettivamente due scenari di forte opportunismo:
1. L'opportunismo di ieri (ha "rubato" lo stipendio): ha passato quarant'anni a fare carriera, accettando ruoli, addestramenti, segreti e indennità legati alla difesa della NATO dall'espansionismo sovietico e poi russo, senza credere minimamente alla missione.
Ha eseguito gli ordini solo per beneficio personale, aspettando il momento della pensione per gettare la maschera.
2. L'opportunismo di oggi (il cambio di casacca): finché era in servizio ha sfruttato il sistema, e ora che è libero dai vincoli gerarchici e disciplinari, usa il prestigio che gli ha portato il grado per fare politica, cercare visibilità o accreditarsi presso determinati elettorati o centri di potere.
In questo modo, di fatto, svende la credibilità dell'istituzione che ha rappresentato.
C'è anche una terza ipotesi, forse ancora più cinica: la convinzione che, una volta fuori dalle Forze Armate, la propria esperienza militare possa essere monetizzata o convertita in "capitale politico" dicendo cose controcorrente.
Gridare al complotto o difendere posizioni filo-russe garantisce un palcoscenico mediatico che un'analisi equilibrata e fedele ai trattati non darebbe mai.
In ogni caso, resta il fatto che un comportamento del genere mina la fiducia dei cittadini nelle istituzioni.
Se chi ha avuto in mano i segreti della difesa nazionale oggi flirta con le tesi di chi ci spia e ci destabilizza, il dubbio sulla sua integrità, passata o presente, è più che legittimo.
Ragionando di questi fatti con personale militare in servizio, tra chi ha servito o serve le istituzioni con vera fedeltà, si percepisce un elevato livello di rabbia e un senso di profondo tradimento.
Per un militare, o per chi crede fermamente nel giuramento fatto allo Stato, vedere un proprio pari o un superiore che sembra remare contro è il peggior affronto possibile.
Al di là dell'iperbole di chi, fra chi è in servizio, invoca la "fucilazione sul posto", lo sfogo dimostra una cosa chiara: nell'ambiente di chi serve davvero questi strateghi da quattro soldi a cui nessuno ha chiesto nulla hanno, a quanto pare, un seguito risibile.
Non mi occupo degli arrestati, perchè di essi si occuperà la Magistratura e l'effetto che ha sui loro colleghi, conoscenti e familiari sapere "che bravi che sono".
Non tutti sono evidentemente disposti a far passare le opinioni del Generale come semplice "libertà di pensiero" o "analisi geopolitica alternativa".
Per chi vive la divisa come una missione e non come un semplice impiego, certi voltafaccia sono inaccettabili e feriscono l'onore di tutti.