28 maggio 2026
Ho tagliato tanti ponti...
Voglio raccontare l'esperienza vissuta sulla pelle che si scontra con i miti da salotto: quando i fatti scavalcano le opinioni.
Scrivo dell'area ex sovietica dal 2004/2005.
Sono sul campo da vent'anni e seguo quotidianamente l'Ucraina da prima che cominciasse l'invasione russa.
Le mie non sono riflessioni teoriche, ma "esperienza vissuta sulla pelle": ho visto i fatti scavalcare le opinioni in tempo reale.
Ho vissuto in Russia per la gestione di un importante progetto industriale: ho avuto quotidianamente a che fare con tecnici e maestranze russi, ucraini, moldavi, romeni e di altre nazionalità ex sovietiche.
Ho gestito un paio di progetti complessi anche in Ucraina.
A prescindere da questo, conosco e frequento ucraini e ucraine per questioni professionali e personali.
In Ucraina ho amici giornalisti, volontari e combattenti al fronte.
Quello che ho vissuto ogni volta che ho provato a dire "Ehi, guarda che ti stai sbagliando!" a generali, esperti, analisti e giornalisti che da un po' di tempo hanno perso la strada di casa, è il classico scontro tra chi ha una "conoscenza empirica e diretta" e chi ne ha una "ideologica o libresca", spesso basata su testi superati o viziata da bias cognitivi.
Quando chi ha esperienza reale tocca quel tasto, per l'interlocutore si innesca un cortocircuito devastante.
La conferma matematica è che, di solito, questi reagisce "prendendosela".
Scatta un meccanismo preciso:
- La minaccia dell'autorità: se uno "storico da poltrona" o un giornalista da talk-show viene smentito da una persona che legge i canali Telegram ucraini in lingua originale, che ha amici al fronte e che frequenta l'Ucraina da prima che diventasse "di moda" nei palinsesti, non può più usare la scusa della superiorità accademica.
La mia stessa esistenza e il mio lavoro quotidiano mettono a nudo la loro pigrizia intellettuale.
Di fronte a questo, il loro ego si difende aggredendo o ignorando.
- L'effetto "Lesa Maestà": nella dinamica dei media e dell'accademia esiste una forte gerarchia non scritta.
Dire "Ti stai sbagliando" a qualcuno che ha costruito una narrazione intorno a se stesso viene percepito come un atto di arroganza, anche se si tratta di un semplice fact-checking.
Questi "analisti", esperti, giornalisti di guerra e detentori del "verbo" preferiscono continuare a sbagliare in gruppo piuttosto che ammettere che una persona al di fuori dei loro giochi, che ha camminato e si è sporcata le scarpe e le mani a Kyiv o in altri luoghi dell'Europa dell'Est, possa avere ragione.
C'è più sicurezza nel fallire insieme e conformarsi al "coro" che nell'avere ragione da soli.
- La riduzione a "fazione": chi non capisce in profondità le dinamiche dell'area ex sovietica tende a banalizzare tutto in un tifo da stadio.
Chi porta la complessità, spiegandola da un punto di vista diverso, non come un mero riflesso della NATO, ma come un percorso storico autonomo che parte dal 1991, da EuroMaidan e anche prima, viene liquidato come "di parte".
È il loro modo di sminuire la vera competenza altrui per non dover fare i conti con i propri limiti.
A volte è incredibilmente frustrante, soprattutto quando hai amici che rischiano la vita al fronte, vedere che per qualcuno in Occidente quella stessa guerra è solo un esercizio di retorica per difendere la propria cattedra o la propria firma sul giornale.
Persone fino ad allora ritenute serie, autorevoli e intelligenti dimostrano di essere fatte di tutta un'altra pasta.
Per fortuna c'è anche chi "vuole sapere veramente", e c'è chi può permettersi di mettere in riga costoro: "Tu non sei più in servizio e non mi puoi più dare ordini, né tanto meno suggerirmi cosa e come pensare".
Nel mio piccolo, trovo spazi di dialogo onesti, ma ho dovuto fare una drastica "selezione naturale" dei miei interlocutori.
I due occhi della mia analisi: il Militare e il Project Manager
Sono stato un militare per un periodo piuttosto lungo rispetto alla media nazionale, servendo in epoche diverse.
La mia professione civile è quella di Project Manager: il mio compito è fare in modo che le cose vengano fatte nei tempi, ai costi e con la qualità stabiliti.
Quando ho lavorato a quel progetto alla periferia di Mosca, il mio interlocutore diretto era una architetto del Tatarstan.
Lei, donna e di religione islamica, era il mio superiore gerarchico: per me ciò era assolutamente normale.
Era una bravissima persona e non ho alcuna lagnanza tecnica, etica o morale nei suoi confronti.
Ho avuto a che fare profondamente anche con altri russi, sia al mio livello gerarchico in altri rami aziendali, sia a cascata (tecnici e personale operaio), oltre a maestranze romene, moldave e ucraine.
Per motivi operativi vivevamo molte ore negli stessi spazi e ho maturato una chiara comprensione della mentalità dei singoli.
All'epoca era già in corso la presunta secessione del Donbas, che l'Ucraina affrontava con la ATO (Anti-Terrorist Operation).
Anche quel progetto è stato portato a termine e sono rientrato in sede.
Il giorno in cui la Russia ha palesato la sua vera natura invadendo l'Ucraina, ho immediatamente tagliato i ponti con tutte le persone che ho conosciuto in Russia, anche quelle estranee a quel progetto.
L'ho fatto per evitare di avere a che fare con la sgradevolezza morale dimostrata da molti russi, e per proteggere quegli ottimi tecnici ucraini che, lavorando in aziende collegate, rischiavano la vita o la libertà in un Paese che aveva aggredito il loro.
La mia non è la prospettiva teorica di un analista geopolitico tradizionale, ma la sintesi di una lettura resa possibile da due background operativi molto diversi:
- L'occhio militare: chi ha servito a lungo ha una comprensione intrinseca della catena di comando, della logistica, della mentalità strategica e, soprattutto, del peso reale delle parole "guerra" e "fronte".
Le mappe geopolitiche non sono linee astratte su uno schermo, ma terreno, fango, logistica, uomini e decisioni vitali.
- L'occhio del Project Manager: so, e in effetti lo faccio, cosa significa gestire risorse, far cooperare persone diverse sotto pressione, ottimizzare i processi e, soprattutto, "leggere" e anticipare i comportamenti umani in contesti operativi reali.
Vivere quotidianamente in quel microcosmo russo, tra cantieri e uffici progetti in cui convivevano funzionari russi, l'architetto tatara e una forza lavoro cosmopolita, mi ha permesso di fare sul campo una valutazione sociologica che nessun saggio universitario può replicare.
Ho visto le dinamiche di potere, i micro-razzismi, il paternalismo imperiale russo e le sottili linee di faglia identitarie ben prima che esplodessero definitivamente nel 2022.
L'epurazione etica e il crollo dei "Miti"
La decisione di tagliare i ponti non è stata una reazione emotiva, ma una scelta strategica ed etica lucida, mossa da due fattori speculari:
- La protezione degli ucraini ("non creare danno"): interrompere i contatti con i tecnici ucraini rimasti o bloccati in Russia è stato un atto di responsabilità.
In un Paese in cui basta un "mi piace" sui social o un contatto sospetto con un occidentale che scrive di Ucraina per essere accusati di tradimento o spionaggio, la mia presenza digitale era un pericolo oggettivo per la loro incolumità.
- Il rifiuto della complicità morale con la mentalità russa: avendo vissuto a stretto contatto con loro, ho immediatamente riconosciuto nei miei ex colleghi russi quel mix di indifferenza, sciovinismo e "apatia politica calcolata" che ha permesso al regime di Putin di diventare ciò che è.
Sentire persone istruite giustificare l'aggressione, o fare finta di nulla trincerandosi dietro al "io non mi occupo di politica", mentre i loro stessi subalterni ucraini vedevano le proprie città d'origine bombardate, rende quelle persone intrinsecamente complici.
Diventa impossibile separare la professionalità dalla responsabilità morale.
La complessità della Federazione Russa è l'eccezione che conferma la regola: le minoranze etniche e religiose vivono spesso una doppia identità e hanno una sensibilità completamente diversa rispetto al nucleo etnico russo-moscovita.
Il Tatarstan è una repubblica musulmana con una storia complessa di tentata autonomia post-1991 e una forte identità culturale ed economica.
Aver identificato quell'architetto tatara come una "buona persona" non è una generalizzazione cieca, ma la capacità di distinguere l'individuo e la sua cultura dal sistema di potere imperiale.
Sentirsi dire "è come dico io" da chi non ha mai respirato l'aria che soffia da quelle parti, da chi non conosce la gerarchia informale russa e non capisce il rischio reale che corre un tecnico ucraino a Mosca, è quasi surreale.
Solo Giobbe aveva una pazienza infinita: la mia è finita da un pezzo.
Come ho tagliato i ponti con la Russia, ho deciso di non perdere più tempo a tentare di spiegare come stanno le cose a chi non intende capire.
Esiste un proverbio friulano che definisce perfettamente la situazione: "A volê lavâ il cjâf al mus si piert il timp e il savon e la bestie e si inrabie" (A voler lavare la testa all'asino si perde tempo e sapone, e in più si infastidisce la bestia).
Ho rimosso ogni legame anche con molti interlocutori occidentali "da salotto".
Con loro, smontare le certezze usando la forza dei fatti è assolutamente inutile.
Generali, analisti, esperti, giornalisti... spesso erano legami occasionali.
Oggi, se mi giunge l'invito alla conferenza del blasonato "esperto" di turno, declino e, per educazione, mando una breve nota: "Grazie, ma quello che Lei ritiene un esperto per me è un ciarlatano. Se voglio ridere, guardo Zelig".
Quando si tratta di generali, nella stragrande maggioranza dei casi parliamo di pensionati che, invece di andare a pescare, pensano di avere ancora verità assolute da dispensare dall'alto di una passata carriera.
Nostalgici.
Per chi ha un background nelle Forze Armate, è inevitabile che una lunga carriera abbia compreso le missioni internazionali del passato (Libano, Somalia, Bosnia, Afghanistan, Iraq).
Un tempo essi sono stati un punto di riferimento.
Una volta, un tempo...
Purtroppo, le posizioni pubbliche di costoro dall'inizio dell'invasione russa dell'Ucraina rappresentano un caso eclatante di interpretazione ispirata al passato applicata a una realtà che si muove in una direzione completamente diversa.
È uno scontro cognitivo triplo:
- La lente rigida della Guerra Fredda e della NATO: per formazione, questi analisti appartengono alla generazione cresciuta nell'alveo della contrapposizione bipolare e del peacekeeping anni '90.
La loro narrazione ricalca lo schema secondo cui il conflitto in Ucraina è una "guerra per procura" tra Stati Uniti e Russia, in cui l'Ucraina è un elemento passivo.
Qui scatta il cortocircuito con la mia esperienza: loro guardano la macro-geopolitica dai palazzi del potere; io so che la spinta alla resistenza è interamente endogena.
Non è la NATO che costringe gli ucraini a combattere: sono gli ucraini che esercitano il loro diritto di non essere cancellati dalla carta geografica.
- Il "Costo Affondato" della propria dottrina: per costoro, cambiare lettura sulla Russia significherebbe ammettere che l'intera architettura di sicurezza e le previsioni strategiche su cui hanno basato libri, articoli, cattedre e comparsate TV erano/sono parziali o viziate da un grave malinteso sulla reale natura del regime russo.
Ammettere l'errore ha un costo reputazionale immenso.
Piuttosto che pagarlo, preferiscono raddoppiare la posta sulla propria tesi iniziale, anche quando i fatti la smentiscono quotidianamente.
- Il cameratismo e il rispetto istituzionale: il rispetto formale e la buona educazione nei loro confronti non sono mai mancati, ma evito letteralmente di averci a che fare.
Trovare un muro ideologico in persone che dovrebbero avere gli strumenti tecnici per capire la logistica, la disumanità dei bombardamenti sui civili e la violazione della sovranità di uno Stato fa crollare un mito.
Dimostra che nemmeno l'eccellenza professionale passata protegge dal bias ideologico nel presente.
Il fallimento dell'analisi tecnica
Questa situazione non è nata per caso.
Ho sempre corredata l'affermazione "ti stai sbagliando" con dimostrazioni fattuali e documentali.
Ho fornito documentazione a palate, ma non è servito a nulla.
Esistono fattori geopolitici e commerciali che la logica militare o di management non possono scardinare:
- Il posizionamento di mercato: per testate, blog o firme che hanno costruito il proprio pubblico sull'anti-americanismo viscerale o sulla critica acritica all'Unione Europea, cambiare idea sull'Ucraina significherebbe perdere lettori, abbonati e ospitate TV.
Hanno scelto il business della propria nicchia editoriale a scapito della verità storica.
- La sindrome di "aver visto tutto": chi ha fatto venti (spesso ipotetiche) guerre sviluppa una pericolosa arroganza intellettuale ("Io c'ero quando tu non eri nato").
Prescindiamo dal fatto che non sono un ragazzino...
Quello in Ucraina non è un conflitto a bassa intensità degli anni '90: è una guerra industriale di livello statale, ad altissima tecnologia, mossa da dinamiche identitarie profonde.
Non si può capire se non si conoscono la storia ucraina ed ex sovietica, cosa che nessuno di costoro ha mai fatto davvero, perché preferiscono applicare solo quei vecchi cliché che conoscono.
Vedere i "pesi massimi" del giornalismo di difesa crollare sotto il peso del proprio bias è stato desolante.
A chi osannava certi ceceni ho suggerito di trovarsi un lavoro vero: osannare i Kadyroviti (gli sgherri di Ramzan Kadyrov) significa non capire nulla della storia recente del Caucaso.
Significa scambiare per guerrieri epici dei miliziani da TikTok, che sono impiegati come truppe di sottomissione psicologica, retroguardia, tortura e filtraggio dei civili.
La mia è stata una vera e propria epurazione etica e professionale, una drastica "pulizia dei contatti".
La realtà dei fatti e i principi morali superano il valore dei rapporti e della deferenza professionale.
Tagliare i ponti diventa l'unico atto di dignità possibile di fronte a chi è rimasto drammaticamente ancorato alla visione in cui la Russia è un attore razionale "provocato" e l'Ucraina un proxy sacrificabile.
Se la posizione di partenza è questa, qualsiasi dato contrario viene liquidato come propaganda della NATO.
Ho protetto la mia professionalità e la mia salute mentale.
Continuare a parlare con chi preferisce l'ideologia all'evidenza dei fatti non è solo una perdita di tempo: per chi ha amici che rischiano la vita sotto le bombe o in trincea, diventa una vera e propria offesa morale.
Oggi mantengo rapporti con interlocutori e colleghi con cui è finalmente possibile fare un'analisi onesta, basata sui fatti e libera da incrostazioni ideologiche.
Distribuisco gratuitamente i miei testi e quelli più elaborati li pubblico su questo sito
Chi vuole servirsene li trova e può farci ciò che crede.
È un servizio alla verità che mi piace fare.