8 giugno 2026

Il Grande Switch

La Sovranità Digitale in Europa e il Medioevo Italiano.

Da quando Angela Merkel ha scoperto che le sue email erano lette anche negli USA grazie a falle di sicurezza del software MS, progressivamente l’Amministrazione pubblica tedesca si sta convertendo a Linux.
La Francia sta facendo lo stesso.

Io uso il sistema operativo Linux dal 2005: ho tutto il software che mi serve, anche per i progetti, non ho tante paturnie di antivirus e firewall e le mie macchine sono molto longeve.
Adesso sto scrivendo da una macchina con processore AMD e SO Linux Zorin.

A mio modo di vedere, Zorin OS è una gran scelta: per chi viene da una vita di lavoro in ambienti misti o aziendali, è una delle distribuzioni più intelligenti in circolazione, perché unisce la stabilità granitica della base Ubuntu/Debian a un'interfaccia rifinita che non fa rimpiangere nulla dei sistemi proprietari.
E l'accoppiata con il mio processore AMD Ryzen rende la macchina efficiente, parca nei consumi e longeva.

Passando a Linux nel 2005 ho praticamente partecipato all'evoluzione e alla maturazione dell'open source.
La mia esperienza mi permette di confermare quello che l'ingegneria informatica sa da tempo: la stabilità dei permessi di Linux e l'assenza di quel "bloatware", il software spazzatura preinstallato che affossa Windows, permettono a un PC di rimanere scattante per molto tempo, riducendo l'obsolescenza programmata a zero.

Avete presente quel circolo vizioso per cui un sistema operativo diventa sempre più pesante e quindi richiede una "macchina" più prestante, che a sua volta permette di concepire un sistema operativo ancora più pesante del precedente... che al mercato mio padre comprò?
È in questo modo che si gettano fantastiliardi guadagnati "con il sudore della fronte", giusto per citare le Scritture, comprando hardware sul quale è installata autentica m...a informatica.

Vediamo quindi come si sta svolgendo questa transizione a livello europeo e NATO.
Lo scrivo subito: l'Italia non c'è.

Tuttavia, il resto d'Europa e la NATO si stanno muovendo in fretta.
La consapevolezza che dare in gestione i propri segreti a soggetti stranieri, seppur formalmente alleati, sia un rischio intollerabile è ormai sancita a livello legislativo.
L'Unione Europea ha ufficializzato il "Cloud and AI Development Act" (CADA) e una "Strategia Open Source Europea", che introducono il principio "Open Source First" per la Pubblica Amministrazione e la Difesa.

Di seguito, una sintesi di come si stanno muovendo concretamente gli altri principali Paesi europei e alleati della NATO.

La Francia e la svolta della DINUM.

La transizione della Francia verso il software libero e l'open source rappresenta la più grande operazione di migrazione informatica mai tentata da un Governo europeo.
Il Governo francese ha ufficializzato una strategia radicale coordinata dalla DINUM, la Direzione Interministeriale del Digitale, che prevede l'abbandono progressivo di Microsoft Windows e del software proprietario per migrare circa 2,5 milioni di postazioni di lavoro della Pubblica Amministrazione verso Linux e alternative open source entro il 2030.

Questa trasformazione ha un focus particolare sui comparti della Difesa, della Sicurezza e dell'Amministrazione, e si articola su tre pilastri:

- Sicurezza e Polizia, il caso GendBuntu: la Polizia nazionale francese, la Gendarmerie Nationale, è il vero e proprio "banco di prova" che ha dimostrato la fattibilità del progetto su scala nazionale.
La transizione è iniziata oltre quindici anni fa, nel 2008, sostituendo prima le suite MS Office con OpenOffice/LibreOffice, per poi passare all'OS.
La Gendarmeria ha sviluppato una propria distribuzione Linux personalizzata, basata su Ubuntu: GendBuntu.
Ad oggi, oltre 103 mila postazioni, circa il 97% del parco macchine della forza di Polizia, girano su GendBuntu.
Questa mossa fa risparmiare allo Stato circa 2 milioni di euro all'anno in sole licenze, riducendo il costo totale di gestione del 40% e garantendo una personalizzazione totale dei sistemi di sicurezza, balistici e investigativi.
- Difesa e Sovranità Digitale: nel settore della Difesa e della Sicurezza Nazionale, la spinta verso l'open source è dettata dalla necessità geopolitica di garantire la sovranità dei dati.
Il Governo francese vuole eliminare il rischio che dati sensibili o infrastrutture critiche dipendano da modifiche unilaterali di licenze, variazioni di prezzo o, peggio, da normative extraterritoriali straniere, come il Cloud Act statunitense.
La Difesa e i ministeri chiave stanno sostituendo strumenti proprietari di collaborazione e comunicazione, come Microsoft Teams, Zoom o Dropbox con un ecosistema dello Stato basato su codice aperto, chiamato "La Suite Numérique".
Per le comunicazioni sicure viene utilizzata Tchap, app di messaggistica criptata basata sul protocollo open source Matrix, mentre per il trasferimento file e le videoconferenze si usano piattaforme dedicate come FranceTransfert e Visio.
- Pubblica Amministrazione Centrale: mentre la Gendarmeria ha fatto da pioniere, il piano attuale estende l'obbligo a tutti i dipendenti pubblici dei ministeri centrali e periferici.
Ogni singolo Ministero ha il compito di presentare un piano di migrazione specifico che copre il sistema operativo, gli antivirus, i database, i sistemi di virtualizzazione e persino i futuri modelli di Intelligenza Artificiale.
La legge francese prevede inoltre che il software sviluppato da o per una PA debba essere ridistribuito gratuitamente ad altre amministrazioni: se un Ministero sviluppa una patch per Linux, questa viene condivisa istantaneamente con tutto l'apparato statale, ottimizzando i costi.

Il principio politico francese è che "Lo Stato non può più semplicemente prendere atto della propria dipendenza tecnologica; deve liberarsene. Non possiamo accettare che le nostre decisioni e i nostri dati dipendano da soluzioni di cui non controlliamo né le regole, né i prezzi, né i rischi".

La Germania: dallo scandalo NSA al "Deutschland-Stack".

La situazione in Germania è affascinante perché, a differenza della Francia, si muove su due binari: la forte indipendenza dei singoli Stati federati, Länder, e le grandi manovre della Difesa a livello federale.

Lo spartiacque politico è stato l'anno 2013, con le rivelazioni di Edward Snowden e la scoperta che la NSA intercettava persino il cellulare personale di Angela Merkel e i server del Bundestag.
In quel momento i tedeschi hanno capito che usare software proprietario americano significava non avere il controllo sulle proprie chiavi crittografiche.
La transizione non è stata immediata e ha vissuto storiche resistenze, come il caso del Comune di Monaco di Baviera e del suo progetto "LiMux", prima bloccato dalle lobby e dai cambi di giunta e ora finalmente ripreso.

- Infrastrutture Critiche e Server: per i server della Difesa e le infrastrutture ministeriali, la Germania si appoggia a distribuzioni di classe enterprise come Red Hat (RHEL) e la tedesca SUSE, che gioca un ruolo da protagonista.
- La svolta delle Forze Armate (openDesk): la vera svolta per le postazioni di lavoro è arrivata attraverso la BWI, la società IT di proprietà esclusiva delle Forze Armate tedesche.
La Bundeswehr ha intrapreso una strategia basata su openDesk, inizialmente noto come "Sovereign Workplace", una suite di produttività interamente open source finanziata dal Governo per eliminare la dipendenza da Microsoft 365.
È un ecosistema integrato che include Nextcloud (gestione file), Open-Xchange (email), Collabora Online (documenti), Element (chat sicura su protocollo Matrix denominata BwMessenger) e Jitsi (videoconferenze).
La rivoluzione dei Länder (lo Schleswig-Holstein): di recente, il Land dello Schleswig-Holstein ha avviato lo switch completo di 30 mila computer della PA, inclusi dipendenti comunali, giudici e Polizia locale, da Windows e MS Office a Linux e LibreOffice, sviluppando una suite sovrana chiamata dPhoenixSuite.
Il risparmio stimato è di 15 milioni di euro all'anno in sole licenze.
Il Ministro della Digitalizzazione locale, Dirk Schrödter, ha paragonato la dipendenza dai software proprietari americani alla passata dipendenza energetica dal gas estero (russo), definendo il passaggio a Linux una mossa di pura "resilienza geopolitica".

Per unificare questi sforzi, la Germania ha creato lo ZenDiS, Centro per la Sovranità Digitale della PA, sotto un unico cappello tecnologico chiamato Deutschland-Stack.
La regola d'oro è diventata un mantra politico:

"Public Money, Public Code", Soldi pubblici, codice pubblico.
Se il software viene sviluppato con i soldi dei contribuenti, il codice deve essere aperto e accessibile a tutti.

Il resto dello scacchiere NATO e UE.

- I Paesi Baltici (Estonia, Lettonia, Lituania): sono la trincea cibernetica della NATO.
L'intera architettura statale estone si basa su X-Road, una spina dorsale open source per lo scambio sicuro di dati criptati.
L'Estonia ha persino creato le prime "Ambasciate dei dati" (Data Embassies) all'estero (ad esempio in Lussemburgo): server sovrani blindati per far girare lo Stato in un cloud open source anche nel caso di un'invasione fisica del territorio nazionale.
- Paesi Bassi e Danimarca: nei Paesi Bassi, per legge, qualsiasi software commissionato dallo Stato deve essere open source.
Città come Rotterdam e i ministeri chiave stanno migrando in massa verso openDesk per sottrarsi a Microsoft e Google.
- La Danimarca sta guidando l'implementazione dell'Interoperable Europe Act, migrando la Difesa su architetture aperte.
- Spagna: il Ministero della Difesa e il Centro Criptológico Nacional, l'intelligence informatica, impongono l'uso di distribuzioni Linux dedicate per le reti classificate, finanziando infrastrutture cloud basate su standard aperti per scongiurare backdoor straniere.
- La NATO centralizzata: con la "Digital Transformation Implementation Strategy", la NATO sta implementando il Digital Backbone, l'ossatura digitale comune.
L'Alleanza esige che i software di comando e controllo (C2) sul campo di battaglia non siano scatole nere proprietarie americane, ma poggino sul protocollo aperto Federated Mission Networking (FMN), permettendo a radar, missili e logistica di nazioni diverse di dialogare senza che i codici siano di proprietà di una singola Big Tech.

Il rischio, d'altronde, non è solo lo spionaggio.
Se domani un'azienda americana decidesse di cambiare le condizioni di licenza, triplicare i prezzi o bloccare gli account cloud in uno scenario di crisi geopolitica, interi ministeri europei si ritroverebbero paralizzati.
L'open source è una questione di sicurezza nazionale e militare.

E in Italia? Allacciate le cinture...

In Italia la risposta alla mancanza di una transizione non è racchiusa in una sola causa, ma nella loro combinazione sistemica.
L'Italia non è semplicemente "indietro": è intrappolata in un ecosistema burocratico, economico e culturale che respinge attivamente l'open source.

- Blocco culturale e analfabetismo informatico: il primo ostacolo è la totale mancanza di competenze tecniche interne alla PA, specialmente nei ruoli decisionali.
Per decenni la PA italiana non ha assunto informatici; chi gestisce i sistemi IT spesso è un funzionario amministrativo che si è "adattato".
Per un dirigente senza competenze, acquistare Microsoft o Oracle è la scelta più comoda: "Se spendo un milione di euro con una Big Tech e il sistema crasha, la colpa è loro. Se scelgo Linux, creo una soluzione interna e qualcosa va storto, la colpa è mia e rischio la Corte dei Conti".
È la deresponsabilizzazione elevata a sistema.

- Lobbismo estremo e "Vendor Lock-in".

Le multinazionali del software proprietario hanno steso una rete fittissima sopra lo Stato.
Consip, la centrale acquisti della PA, stipula periodicamente mega-accordi quadro con colossi come Microsoft.
Per un ministero o un'ASL, comprare 10 mila licenze proprietarie tramite Consip richiede letteralmente 3 clic.
Avviare una migrazione a Linux, invece, richiederebbe la scrittura di un bando di gara complesso, la selezione di personale e formazione.
La pigrizia burocratica viene incentivata dalla stessa struttura degli acquisti pubblici, a cui si aggiunge la sudditanza psicologica creata dalle Big Tech, che finanziano master e sponsorizzano eventi istituzionali.

Il sistema dei "System Integrator" e le provvigioni: senza necessariamente scomodare la corruzione da valigetta con i soldi, che pure la Magistratura italiana ha intercettato in vari appalti IT negli anni, esiste un meccanismo economico perfettamente legale, ma perverso.
La PA italiana si affida a intermediari, i grandi "system integrator" nazionali.
Questi guadagnano una percentuale fissa sulla rivendita delle licenze proprietarie, più licenze costose vendono alla PA, più guadagnano, e sulle ore di consulenza per installarle.
Transitare sull'open source ridurrebbe i loro margini ai "soli" servizi di supporto e sviluppo.
È molto più redditizio vendere un "pacchetto chiuso" e incassare le provvigioni.

- Falsa sicurezza e immaturità geopolitica: in Italia c'è una narrazione distorta della cybersecurity.
La creazione della ACN, Agenzia per la Cybersicurezza Nazionale, ha alzato l'attenzione sulle minacce, ma l'approccio geopolitico è ribaltato rispetto a Francia e Germania.
Mentre per i francesi "sicurezza" significa autonomia e controllo del codice, per molti decisori italiani significa "comprare lo scudo protettivo chiavi in mano dal leader di mercato americano".
Ovvero da chi spiava la Merkel e passava i dati alla NSA.
Si tende a pensare che, essendo alleati degli USA, il rischio sia pari a zero, ignorando che la dipendenza tecnologica totale è, di fatto, una cessione di sovranità nazionale.
A prescindere dal fatto, la esperienza tedesca insegna, che degli americani non ci si può fidare.

- Il paradosso: la legge ci sarebbe, ma è morta.
L'Italia avrebbe persino una legge all'avanguardia.
Lo articolo 68 del Codice dell'Amministrazione Digitale, CAD, stabilisce che, prima di acquistare software proprietario, la PA ha l'obbligo di effettuare una valutazione di comparazione e privilegiare il software open source o il riuso.
Esiste persino una piattaforma ufficiale, Developers Italia, creata per condividere il software libero tra le PA.
Tuttavia, questa legge viene sistematicamente aggirata tramite farsesche autocertificazioni in cui i dirigenti dichiarano che "il software proprietario è l'unico che garantisce i requisiti minimi".
Ovviamente, nessuno si prende la briga di verificare che ciò sia vero o di applicare le sanzioni che sono previste.

In breve, l'Italia resta ferma perché l'open source richiede:

- Visione politica a lungo termine,
- Investimenti in capitale umano,
- Coraggio di rompere i monopoli.

Elementi che l'attuale classe dirigente amministrativa e politica italiana "fatica" a mettere in campo.
Ognuno potrebbe riflettere e individuare i veri motivi per cui questo accade.