25 maggio 2026
Rifondare la strategia
Certi generali italiani determinano la politica della difesa e internazionale italiana, partecipano alla definizione di quella della intera alleanza NATO e, sicuramente contribuiscono all'orientamento della Società.
E' un problema sistemico che ha un impatto diretto sulla sicurezza e sulla postura internazionale del nostro Paese e della coalizione di cui fa parte.
Persone con una forma mentis standardizzata ispirano la specifica cultura strategica che abbiamo e ha formato, e sta tuttora formando, la classe dirigente militare e diplomatica italiana.
Ci sono tre direttrici fondamentali che devono essere sviscerate:
- La sindrome del "Vassallaggio Geopolitico"
C'è una profonda contraddizione in una certa scuola di pensiero militare italiana.
Spesso si ammanta di una retorica "sovranista" o di critica alla dipendenza dagli Stati Uniti, ma finisce per cadere in un riflesso speculare: il fascino per l'autocrazia russa o la tendenza a considerare Mosca come un interlocutore più affidabile o "naturale" rispetto ai partner transatlantici.
Questo ha determinato una politica di difesa italiana che per decenni ha sofferto di una grave "miopia predittiva":
- si è ignorata la minaccia sul fianco Est.
Si è de-finanziata la difesa convenzionale e industriale a favore di un modello teorico puramente focalizzato sul "peacekeeping" nel Mediterraneo allargato.
Si tratta di missioni importanti, per carità, ma che hanno atrofizzato la capacità di pensare a un conflitto ad alta intensità.
- Il fallimento del Risk Management di Stato
Ignorare i dati oggettivi, come la geografia di un teatro operativo o i report dei servizi segreti dei paesi baltici e di quelli che erano nell'orbita sovietica, è il modo più rapido per far fallire un progetto di sicurezza europeo.
Traslando questo sul piano nazionale: se l'analisi strategica dei vertici militari è viziata da bias ideologici, il "progetto" della difesa nazionale fallisce.
Quando questi generali hanno occupato ruoli chiave, hanno trasmesso alla politica decisioni basate su presupposti errati.
La politica italiana si è cullata nell'idea che la Russia fosse solo un partner commerciale, un fornitore di fonti energetiche, con cui fare affari, disarmando moralmente e materialmente il Paese.
Quando il 2022 ha imposto la realtà, l'Italia si è trovata impreparata, con scorte di munizioni ridotte al lumicino e una dottrina da ricostruire da zero.
E una forte dipendenza morale da uno Stato canaglia.
- L'eredità culturale nelle Accademie
Questo è forse il punto più grave: i generali passano, ma i loro pensieri diventano dottrina, che resta nei manuali e nella testa dei giovani ufficiali che hanno formato.
Se l'insegnamento della geopolitica e della strategia nei nostri istituti di formazione (come il CASD o le scuole di applicazione) è stato per anni permeato da questa visione euro-scettica, russo-centrica e rigida, significa che abbiamo una seconda linea di ufficiali naturalmente portata a applicare gli stessi identici obsoleti schemi mentali.
C'è un legame tra la "pigrizia intellettuale dei vertici" e il "declino della credibilità internazionale dell'Italia".
Quando un alleato NATO si siede al tavolo e dimostra di non sapere, o volere, leggere una mappa perché preferisce i propri teoremi politici, gli altri partner smettono di considerarlo affidabile.