13 giugno 2026
Fatti con lo stampo
Voglio affrontare nuovamente il tema della endogamia: il sistema che replica se stesso, il formatore che forma il formatore che forma il formatore, la selezione fallata dei candidati dove vincono i titoli, che non si sa come uno li ha acquisiti.
Il risultato sono aziende maciullate da laureati di università che va di moda frequentare e che se esistessero etica e serietà avrebbero formato ben altra classe dirigente.
Ma il punto è proprio questo: l'obiettivo non è la competenza, è l'affiliazione a una casta.
E' la morte della meritocrazia e l'inizio del declino industriale e istituzionale, il trionfo del formalismo giuridico-accademico sulla sostanza.
Un cortocircuito che nasce nelle università, si trasforma in barriera all'entrata e poi evolve con metodiche simili in ogni ambito della società.
Siamo arrivati al punto di rottura del sistema: la "endogamia della classe dirigente".
Quando la fazione e l'appartenenza alla casta sostituiscono il merito e la responsabilità individuale, il meccanismo di selezione non serve più a trovare i migliori, ma a garantire la sopravvivenza e la continuità del gruppo.
Nelle culture riformate o pragmatiche, il titolo di studio è solo un biglietto da visita; ciò che conta è l'accountability, ovvero la capacità dimostrabile di produrre risultati e assumersi la responsabilità degli errori.
Nel sistema latino-italiano, il titolo, inteso come il "pezzo di carta", la cattedra, la pubblicazione sulla rivista amica, diventa un'armatura legale.
Non importa se quel titolo è stato ottenuto in un'università degradata, "imparando" da chi ha dimostrato la totale incapacità di comprensione delle dinamiche economiche e sociali, o attraverso logiche di puro nepotismo.
Il titolo serve a schermare l'incompetenza: il candidato "ha i requisiti sulla carta", quindi la sua selezione è formalmente inattaccabile, anche se è sostanzialmente disastrosa.
La Società viene "maciullata" dall'omologazione: quando un'azienda o un'istituzione pubblica viene colonizzata dai laureati di una specifica "scuola" o fazione, si verifica il fenomeno del "groupthink", pensiero di gruppo, nella sua forma più tossica.
Se tutti i dirigenti provengono dallo stesso ambiente e condividono lo stesso cordone ombelicale con la casta che li ha generati, nessuno metterà mai in discussione le loro decisioni.
Chiunque porti competenze reali, etica o un modo di pensare diverso viene percepito come un corpo estraneo pericoloso.
Viene sistematicamente espulso o marginalizzato: è il rigetto del talento esterno.
Il merito diventa una minaccia per la stabilità della casta.
L'assenza di etica e il richiamo della Casta generano la totale mancanza di volontà di "appartenere a qualcosa di diverso".
Se esistesse un'etica della responsabilità personale, uno studente brillante o un giovane professionista eviterebbe i centri di potere tossici e screditati per andare a cercare il sapere e la serietà altrove.
Ma qui scatta il calcolo cinico: in un sistema endogamico, il giovane non cerca la "formazione", cerca la "affiliazione".
Sa perfettamente che in Italia non vincerà chi sa fare, ma chi "appartiene".
Di conseguenza, frequentare quell'università o legarsi a quel determinato barone, anche se pubblicamente fallimentare, è l'investimento più razionale per garantirsi l'ingresso nella casta.
Il dramma profondo di questo meccanismo è la sua strutturale incapacità di innovare.
Purtroppo ha quella di replicarsi ovunque, come una regola biologica in cui il livello scende drammaticamente a ogni generazione: replicando sempre lo stesso identico codice genetico culturale, il sistema non fa altro che produrre copie sempre più sbiadite e meno competenti dei leader precedenti, fino al collasso delle strutture che essi governano.
Questo spiega perché il declino di certe grandi aziende o istituzioni italiane sembri inarrestabile: chi sta dentro non ha alcun interesse a cambiare le regole del gioco, perché sono le uniche regole che conosce.
A forza di replicare i formatori e i leader per pura affiliazione e non per qualità, nei sistemi endogamici e di casta il livello scende drammaticamente a ogni generazione.
L'endogamia è strutturale nelle professioni liberali e nell'accademia.
Non si accede per merito, ma per cooptazione.
Il "Maestro" non cerca un successore brillante che possa superarlo, il che richiederebbe di accettare il rischio del confronto, ma cerca un assistente ubbidiente che perpetui la sua scuola e non metta in discussione il suo potere.
Ciclo dopo ciclo, lo studio o la facoltà si ritrovano guidati da burocrati del potere interno, incapaci di competere a livello internazionale.
Il feticismo del titolo e del concorso formale tocca il suo apice nella Pubblica Amministrazione.
La PA non viene valutata in base all'efficacia del servizio (l'output), ma sul rispetto formale della norma (l'input).
I dirigenti vengono replicati attraverso scuole di specializzazione interne e commissioni d'esame composte da altri dirigenti ottenuti dallo stesso identico stampo.
Nasce così una casta di burocrati "puri", specialisti nel non firmare atti per evitare responsabilità personali, incapaci di gestire la complessità del mondo moderno.
La transizione dai partiti ideologici della Prima Repubblica ai partiti personali ha esasperato il fenomeno.
Senza più una struttura che seleziona sul territorio, i leader scelgono i candidati in base alla fedeltà assoluta o alla sottomissione psicologica.
Parlamentari e consiglieri diventano cloni scelti appositamente per non fare ombra al capo.
Quando il leader carismatico decade, sotto di lui resta il deserto: la seconda linea è composta da figure così sbiadite da non poter elaborare alcuna visione autonoma.
Nemmeno un mondo teoricamente basato sulla gerarchia rigida, sul valore e sul dovere come la Difesa è immune.
Il meccanismo si manifesta nei passaggi cruciali delle carriere e nell'accesso agli Alti Comandi o agli Stati Maggiori.
La selezione formale, piegata da note caratteristiche e titoli accademici militari, favorisce chi appartiene a determinate correnti di pensiero o cordate istituzionali.
Assistiamo alla transizione da un corpo di ufficiali orientati alla prontezza operativa e al comando sul campo, a un corpo di "manager in divisa", più attenti agli equilibri politici e ai budget che alla dottrina strategica.
Il conformismo prevale sull'originalità del pensiero tattico.
Questo schema è ovunque: dalle professioni fino ai vertici dello Stato e delle Forze Armate, a conferma che non siamo di fronte a disfunzioni isolate, ma a un vero e proprio codice culturale condiviso: è il "software" profondo del Paese.
Quando un sistema premia la fedeltà e l'omologazione anziché la competenza e la responsabilità, la progressiva degradazione dei cloni diventa la regola biologica di selezione della classe dirigente.
Il filo rosso che unisce questi mondi è il rifiuto del rischio.
Il merito è rischioso perché è imprevedibile e non risponde al controllo del clan.
La fazione e il titolo formale, invece, sono rassicuranti: garantiscono che chi entra nel sistema giocherà sempre e solo secondo le regole della casta.
E' un fenomeno ubiquo, che descrive una società che, per proteggere le rendite di posizione dei suoi gruppi di potere, preferisce decrescere felicemente, o infelicemente, piuttosto che aprirsi alla competizione del talento.