21 agosto 2026

Fuori la politica da sport e arte?

Più di qualcuno sta premendo per ottenere la riabilitazione degli atleti russi e bielorussi, che sono spesso militari o poliziotti, e membri degli apparati della violenza di Stato.
Qui crolla qualsiasi retorica sulla "neutralità dello sport" e si entra nel territorio del cinismo politico puro.

Nello sport di Stato post-sovietico e russo, l'atleta d'élite non è mai solo un cittadino che si allena: è una "proiezione di potenza geopolitica".
Gran parte dei migliori atleti russi fa storicamente capo a società come il CSKA (il club dell'Esercito) o la Dinamo (legata ai servizi di sicurezza e alla Polizia).
Hanno gradi militari veri, ricevono stipendi e onorificenze direttamente dal Ministero della Difesa e, quando vincono, vengono ricevuti al Cremlino come eroi patriottici.
Sono, a tutti gli effetti, funzionari d'alto livello dell'apparato di propaganda e dell'immagine dello Stato.

La spinta politica ed economica per riabilitarli all'interno delle federazioni internazionali e dello stesso CIO risponde a logiche precise, che deliberatamente ignorano la realtà sul campo:

1. Il fattore finanziario e il "soft power" delle federazioni: per anni la Russia ha sponsorizzato interi sport, si pensi a Gazprom e alle risorse minerarie che hanno finanziato per decenni comitati olimpici e federazioni europee.
Anche sotto sanzioni, i canali di influenza economica e diplomatica costruiti nei decenni dai russi rimangono attivi.
Molti dirigenti sportivi internazionali ragionano con logiche commerciali: vogliono i grandi mercati, i grandi ascolti e gli atleti più forti per vendere i diritti tv.

2. L'ipocrisia dei "criteri di neutralità": i comitati internazionali hanno cercato di salvare le apparenze imponendo che potessero gareggiare solo atleti "neutrali" che non avessero sostenuto attivamente la guerra o che non appartenessero a club militari.
Si tratta di una foglia di fico: verificare i legami reali in un sistema totalitario è quasi impossibile, e la propaganda russa riesce comunque a rivendere ogni singola medaglia o ammissione alle competizioni come una vittoria del loro sistema contro l'Occidente.

3. Lo sfinimento diplomatico: nel tempo, la memoria dei crimini umanitari e di guerra tende a sbiadire nei tavoli decisionali lontani dal fronte.
Chi spinge per il reintegro, spesso supportato da paesi neutrali o filorussi nel blocco asiatico e africano, usa l'argomento capzioso del "non punire gli atleti per le colpe dei loro governi".

Ignorano – o fingono di ignorare – che in Russia lo sport è il Governo.
Reintegrare quegli atleti significa legittimare la vetrina di quello stesso sistema che usa la violenza e il sopruso come metodo di controllo domestico e internazionale.

I russi hanno somministrato il doping anche alle panche e agli armadietti degli spogliatoi: questa è l'altra metà della medaglia che smaschera definitivamente l'ipocrisia del sistema.
Il doping di Stato russo, emerso in tutta la sua sistematicità dalle indagini sul laboratorio di Sochi e sul ruolo dell'FSB, non è stato un insieme di imbrogli individuali, ma un'operazione di intelligence militare a tutti gli effetti.
Allora, un intero apparato statale si è mobilitato per scambiare provette di urina attraverso i buchi nei muri dei laboratori olimpici, protetto dai servizi segreti.
Si tratta della mentalità del "vatnik", il furto, la truffa e la sopraffazione delle regole, applicata scientificamente anche allo sport.

In quel sistema, l'onestà sportiva non è un valore: è una debolezza dei "fessi" occidentali da sfruttare.
Vincere con l'inganno non è motivo di vergogna, ma di orgoglio patriottico, perché l'importante è dimostrare la supremazia e non farsi scoprire o, se scoperti, negare l'evidenza gridando al complotto russofobo.
Chi oggi preme per farli rientrare fa finta di dimenticare che non si sta parlando di reintegrare degli atleti, ma di riammettere una macchina da guerra propagandistica che ha fatto del doping sistematico e della frode istituzionale il proprio modus operandi standard.
Ci sono in ballo fiumi di denaro russo che silenzioso e discreto scivola nelle tasche di funzionari delle Federazioni sportive "diversamente onesti" e la pressione degli sponsor, che vogliono riprendere a fare affari in e con quegli stati canaglia.

E' il cuore economico del problema.
Dietro la facciata dei "valori olimpici" e dei "diritti degli atleti" si muove una fitta rete di diplomazia sotterranea, spinta da due motori potentissimi: i soldi e il business geopolitico.
Questo meccanismo di reintegro strisciante, che vede molte federazioni sportive cedere progressivamente, risponde esattamente alle dinamiche che ho descritto:

- Il ritorno dei rubli sottobanco (e alla luce del sole)

Per anni, oligarchi russi e aziende di Stato hanno letteralmente comprato il controllo di intere federazioni internazionali attraverso sponsorizzazioni miliardarie (il caso Gazprom nella UEFA o nell'ISU è solo la punta dell'iceberg) o piazzando uomini di fiducia del Cremlino alla presidenza di sport chiave (come Alisher Usmanov nella scherma o Umar Kremlev nella boxe).
Quando i rubli sono stati formalmente bloccati a causa delle sanzioni, i bilanci di molte federazioni minori sono andati in sofferenza.
La pressione economica per far rientrare la Russia, e con essa i finanziamenti, i flussi di denaro discreti per le campagne elettorali dei dirigenti e i diritti TV — è diventata asfissiante.
La recente decisione del CIO di allentare le restrizioni e sollevare provvisoriamente la sospensione del Comitato Olimpico Russo dimostra quanto queste pressioni stiano funzionando.

- Gli sponsor occidentali e la "normalizzazione"

I grandi sponsor globali odiano i boicottaggi.
Le multinazionali dell'abbigliamento sportivo, delle bevande o della tecnologia vogliono mercati stabili e non vogliono essere costrette a scegliere una parte.
Dietro le quinte, spingono affinché la situazione si "normalizzi" il prima possibile, perché escludere la Russia e la Bielorussia significa perdere milioni di consumatori e complicare i contratti di distribuzione.
La formula degli "Atleti Neutrali Individuali" è stata la scappatoia perfetta creata per accontentare gli sponsor: permette alle aziende di rimettere in vetrina i campioni senza dover mostrare la bandiera russa, salvando le apparenze commerciali.

- La corruzione dei "funzionari diversamente onesti"

Il sistema sportivo internazionale è storicamente uno dei più opachi al mondo.
Strutturato come un consorzio di associazioni private con sede in Svizzera, sfugge spesso ai controlli giurisdizionali dei singoli Stati.
In questo vuoto di trasparenza, il voto di una piccola federazione caraibica o africana nei consigli internazionali pesa esattamente quanto quello di una grande nazione occidentale.
Comprare il consenso di questi delegati attraverso promesse di sviluppo, accademie finanziate da Mosca o benefit personali è una tecnica collaudata da decenni.

L'etica sparisce quando la convenienza economica si sposa con la corruzione sistemica.
L'idea del vatnik, secondo cui le regole sono solo ostacoli per i fessi, trova così la sua perfetta sponda nei palazzi dello sport occidentale, dove il cinismo e il denaro contano molto più della giustizia o del rispetto delle vite umane.

Nonostante quanto affermato, la Russia "è forte" solo in alcune discipline sportive: controlli antidoping efficaci ha fatto sparire la Russia dalle classifiche dell'atletica leggera e dello sci di fondo, per potere giocare a calcio a alto livello la Russia ha dovuto organizzare un campionato mondiale, nel ciclismo non esiste Russia, pur essendo questo uno sport di cui lo sci di fondo è un allenamento.

Questa è la prova scientifica che il "gigante sportivo" russo era in gran parte un castello di carte sorretto dalla chimica di Stato.
Quando i controlli si sono fatti minimamente seri e indipendenti, la realtà è emersa in tutta la sua nudità.

Il quadro che emerge fotografa perfettamente la situazione:

- Atletica e Sci di Fondo: il crollo verticale.

Queste sono le discipline di pura resistenza e potenza, dove il doping di Stato, specialmente l'EPO e gli steroidi di nuova generazione, faceva la differenza tra un oro e il trentesimo posto.
Dopo lo scandalo del 2015 e la squalifica della federazione (RUSAF), nell'atletica leggera i russi sono stati decimati.
Senza la protezione del laboratorio di Mosca che faceva sparire le provette positive, i "fenomeni" sono svaniti dalle classifiche.
Nello sci di fondo, si è visto lo stesso schema.
Le squalifiche a catena dopo i Giochi di Sochi hanno dimostrato che i trionfi sulla neve erano fabbricati in provetta.
Tolto il passaporto biologico manipolato, la Russia è tornata nei suoi consueti ranghi.

- Il calcio e l'illusione del 2018

Il calcio è lo sport globale per eccellenza e richiede un livello di competitività diffusa, talento e organizzazione che un sistema corrotto e clientelare non riesce a produrre.
Per sentirsi una superpotenza calcistica, la Russia ha dovuto fare l'unica cosa che i soldi degli oligarchi potevano: comprare l'assegnazione del Mondiale di calcio 2018.
Sul campo, la nazionale russa non ha mai avuto una vera rilevanza storica moderna.
Tolto quell'evento casalingo, dove comunque si trascinarono ai quarti di finale tra mille sospetti mai del tutto chiariti sul rendimento fisico di alcuni giocatori, la Russia nel calcio conta zero.
E l'esclusione dalle competizioni UEFA e FIFA dopo l'invasione l'ha definitivamente cancellata dalla mappa.

- Il ciclismo: il deserto tecnico

Lo sci di fondo e il ciclismo condividono lo stesso motore fisiologico: capacità polmonare, VO2 Max, resistenza alla fatica.
Ma il ciclismo professionistico moderno si corre quasi interamente in Europa occidentale, ha una cultura di squadra complessa e, soprattutto, dopo gli scandali degli anni 2000, ha sviluppato il sistema di controlli antidoping più ossessivo e stringente del mondo, con il passaporto biologico e reperibilità 365 giorni l'anno gestiti da enti internazionali terzi.
In questo contesto, dove non puoi nascondere l'atleta in una città militare chiusa in Siberia per sfuggire ai controlli a sorpresa, la Russia non esiste.
I tentativi passati di creare super-squadre con i soldi del gas, come il progetto Katusha, si sono sciolti nel nulla, dimostrando che senza la protezione del sistema statale i ciclisti russi non riescono a competere.

La Russia è "forte" solo dove la competizione è abbastanza opaca da permettere al sistema di barare, o dove la tradizione tecnica è talmente vecchia, come nel pattinaggio artistico o nella ginnastica, da poter essere portata avanti con metodi coercitivi e abusi sui minori fin dalla tenera età.
Dove servono trasparenza, standard internazionali e vero professionismo libero, il bluff del vatnik crolla miseramente.

Deve anche essere detto che negli sport di squadra il russo fatica a emergere, perché il russo è di natura individualista.

Questa è un'osservazione psicologica e sociale fondamentale: il mito della Russia come società collettivista, cementato da decenni di propaganda sovietica, nasconde in realtà una profonda "natura individualista e atomizzata", che rende gli sport di squadra il terreno ideale per il fallimento del sistema.
In sociologia questo viene definito "società a bassa fiducia".
Secoli di zarismo, seguiti dal terrore staliniano in cui il vicino di casa o il parente poteva denunciarti al KGB, hanno distrutto la fiducia orizzontale tra i cittadini.
Il risultato è una società in cui l'individuo si sente radicalmente solo contro tutti e impara a fidarsi solo di se stesso e della propria cerchia ristrettissima.

Questa mentalità si riflette perfettamente nello sport:

- il deficit di cooperazione spontanea.

Negli sport di squadra di movimento (come il calcio o il basket), la vittoria non dipende solo dalla forza fisica, ma dall'empatia tattica, dal sacrificio per il compagno e dalla fiducia cieca nel gruppo.
Il calciatore cresciuto nella mentalità del "vatnik" o del cinismo post-sovietico fatica a sviluppare questo tipo di intelligenza collettiva.
Spesso le squadre russe si rivelano accozzaglie di talenti individuali che si sfaldano alla prima difficoltà, incapaci di fare blocco comune perché manca la base culturale della solidarietà.

- la dipendenza dal "Capo".

Nelle strutture sociali russe, l'ordine non nasce dalla cooperazione tra pari, ma dall'alto, in modo verticale e autoritario.
Negli sport di squadra, questo si traduce in atleti che performano solo se c'è un allenatore-dittatore che urla e impone la disciplina con il terrore.
Ma quando il gioco si fa fluido e richiede decisioni rapide e autonome sul campo, il sistema va in tilt.
Senza un ordine diretto da eseguire, l'atleta si ritrae nel proprio individualismo difensivo.

- l'eccezione dell'Hockey su ghiaccio, che conferma la regola.

L'unica vera eccezione storica negli sport di squadra è stata l'hockey su ghiaccio, la famosa "Armata Rossa" sovietica.
Tuttavia, quella squadra non era il frutto di una naturale predisposizione al gioco di squadra, ma di un esperimento di ingegneria totalitaria.
I giocatori venivano letteralmente rinchiusi in caserma per undici mesi all'anno, isolati dalle famiglie e sottoposti a ritmi militari dal leggendario e spietato allenatore Viktor Tichonov: era un collettivismo forzato in laboratorio.
Non a caso, appena il regime è crollato e i giocatori hanno potuto scegliere, sono scappati in NHL negli Stati Uniti per inseguire contratti miliardari e carriere strettamente individuali.

L'individualismo esasperato della Russia moderna è una strategia di sopravvivenza in un ambiente ostile.
Ma se nella vita di tutti i giorni ti aiuta a sbarcare il lunario ignorando le regole, su un campo da calcio ti condanna all'irrilevanza.

Io non conto nulla, e la mia opinione vale zero, ma da giovane sono stato un discreto sciatore di sci alpino: ho smesso, ma la tecnica ci sarebbe.
Ho usato molto la bicicletta, ci andavo anche al lavoro, all weather, nel nord d'Italia.
Ho praticato senza infamia e senza lode l'atletica leggera ai tempi dell'Istituto.
So nuotare e c'è stato un periodo che ho sostituito la pausa pranzo con una nuotata.
A differenza dei milioni di italiani che l'unico sport che conoscono è quello della TV, in qualche modo ho praticato lo sport reale.
C'è una differenza abissale tra chi analizza lo sport dalla poltrona, basandosi solo sulle narrazioni della TV, e chi ha consumato le suole in pista, ha sentito il freddo in faccia sciando, ha sfidato l'inverno in bicicletta per andare al lavoro e ha accumulato chilometri in piscina durante la pausa pranzo.

La pratica reale, anche se vissuta "senza infamia e senza lode", regala qualcosa che nessun giornalista o spettatore passivo potrà mai avere: la "intelligenza motoria" e la comprensione intrinseca della fatica, della tecnica e delle leggi della fisica applicate al corpo.
Chi ha sciato sa cos'è la centralità, la conduzione e la gestione della forza centrifuga.
Chi ha pedalato "all weather" nel Nord Italia conosce il valore della tenuta mentale, della gestione dello sforzo e della resilienza contro gli elementi.
Chi ha fatto atletica e nuoto capisce la precisione del gesto millimetrico e la durezza del cronometro, che non mente mai.

Questa alfabetizzazione sportiva pratica è esattamente ciò che mi permette di guardare oltre la propaganda e di decodificare i dati reali.
Io non valuto le classifiche dello sci di fondo o dell'atletica leggera per sentito dire, ma sapendo quanto costa in termini di polmoni e muscoli limare un secondo o resistere a una salita.

Questo background concreto mi consente di riconoscere immediatamente il bluff di chi, per vincere in quegli stessi sport, ha dovuto ricorrere alle provette e alla protezione dei servizi segreti invece che al talento e al sudore.
Non si tratta di opinioni: è il giudizio di chi sa di cosa parla perché lo ha fatto.

Smettere di seguire lo sport in TV quando ci saranno atleti russi e bielorussi è una scelta di pulizia mentale e morale perfettamente coerente.

Lo sport ad alto livello oggi si regge sullo spettacolo e sugli ascolti: spegnere la TV è l'unico vero contropotere in mano al cittadino.
Quando le federazioni e gli sponsor capiranno che la riabilitazione di chi rappresenta la violenza di Stato produce un danno economico e un boicottaggio del pubblico, solo allora saranno costretti a fare marcia indietro.
Fino ad allora, togliere loro la risorsa più preziosa — la nostra attenzione — è l'atto di dissenso più concreto che ci rimanga.

Un sacco di gente sostiene che sport e "cultura" devono essere neutrali.
Anche se quello sport e quella cultura sono strumenti di propaganda?
Quella della "neutralità dello sport e della cultura" è la più grande ipocrisia dei nostri tempi, che viene usata come uno scudo morale da chi vuole continuare a fare affari, da chi vuole godersi lo spettacolo senza sensi di colpa e dai regimi stessi, che ringraziano per questa cecità volontaria.

Una distinzione è cruciale:

- una cosa è l'espressione libera di un artista o lo sforzo di un atleta indipendente.
- un'altra cosa è un sistema in cui la cultura e lo sport sono "organi dello Stato", pianificati, finanziati e utilizzati per normalizzare l'immagine di un regime, coprirne i crimini e proiettarne la potenza.

Quando una soprano canta nei teatri europei mentre a casa è una sostenitrice dichiarata dell'invasione dell'Ucraina, o quando un atleta con i gradi dell'esercito russo sale sul podio olimpico, non stiamo assistendo all'arte o allo sport "neutrali", stiamo assistendo a un'operazione di "soft power" militare.
Chiedere la neutralità in questi casi significa accettare di essere manipolati.
Il rifiuto di guardare quel palcoscenico non è disinteresse per lo sport o per la cultura, ma rispetto per la realtà dei fatti e per la dignità delle vittime di quel sistema.

Chi scrittura Anna Netrebko e il balletto del Bolschoi sa cosa sta facendo: chi prende quella decisione oggi non può trincerarsi dietro l'ingenuità o la scusa dell'ignoranza.
Non si tratta di una scelta puramente artistica, ma di un atto politico consapevole che avalla la strategia del regime russo.

Il Bolschoi non è un corpo di ballo indipendente: è il tempio culturale dello Stato russo, direttamente finanziato dal Cremlino e storicamente utilizzato come uno dei principali strumenti di "soft power" all'estero.
Scritturarlo o ospitarlo significa offrire una passerella di legittimità internazionale a un'istituzione che rappresenta l'identità ufficiale del regime russo.
Lo stesso principio si applica ad Anna Netrebko: nonostante i suoi tentativi di equilibrismo formale per mantenere i contratti nei teatri europei, dalla Scala all'Arena di Verona, la sua figura rimane politicamente legata al sistema di potere russo.
Peraltro, Anna Netrebko non è sola...

Chi dirige i teatri, organizza i festival e firma questi ingaggi possiede tutti gli elementi per comprendere la portata delle proprie scelte.
Se decide di procedere comunque, mette in chiaro una scala di priorità molto precisa: il prestigio del cartellone, gli equilibri diplomatici e il ritorno economico contano più della ferma condanna della violenza di Stato.
Non è cecità culturale: è cinismo consapevole.

C'è un contrasto enorme con il baritono ucraino Vasyl Slipak, che ha lasciato il teatro dell'Opera di Parigi per andare a difendere il suo Paese invaso e che è morto in combattimento.