24 luglio 2026
Silver Wind
Questo aneddoto restituisce perfettamente l'immagine della distanza siderale che c'è tra la sostanza del lavoro e la messinscena del "servizio a tutti i costi".
Nel maggio 2017 mi trovavo a bordo della nave da crociera "Silver Wind", della compagnia di navigazione Silversea, durante una delle sue normali crociere nel Mediterraneo.
Ero stato incaricato di svolgere un sopralluogo tecnico in previsione di un futuro dry-dock.
Scopo del mio sopralluogo era verificare "de visu" cosa e come si sarebbero potuti modificare certi impianti di bordo per ottenere la modifica di alcuni locali di servizio e pubblici.
Silver Wind è una signora nave, nata proprio per quella nicchia di lusso vero e dimensioni umane in cui si vende al crocerista un'esperienza in cui l'equipaggio è addestrato a essere quasi telepatico con l'ospite.
Mi è stata assegnata una cabina al ponte 4, che praticamente usavo solo per dormire e come ufficio.
Durante quel viaggio cadeva il mio compleanno e ho informato l'addetto alla mia cabina del motivo della mia presenza a bordo e che non gradivo affato quella pantomima che costituisce l'augurio di buon conpleanno per un crocierista a bordo di una nave ad crociera.
Volevo evitargli quel "leccaculesco" atteggiamento volto a ottenere una mancia alla fine del viaggio, che aborro.
Ma il giorno del mio compleanno lui mi aveva fatto trovare in cabina un cestino di frutta, una bottiglia di vino spumante, il letto ornato di animaletti costruiti arrotolando asciugamani e palloncini gonfiati che pareva un asilo.
L'ho ringraziato e gli ho ricordato l'inutilità di quanto aveva fatto "per me".
Non ha minimamente sfiorato la sua mente il fatto, di cui era edotto, che io fossi un tecnico in missione, che ero lì per studiare lo scafo e gli impianti in vista del dry dock, e che di quella "recita" non mi importasse un fico secco.
Per me quella camera era un ufficio temporaneo al ponte 4, non un parco giochi.
Probabilmente sul suo manuale delle procedure c'era scritto "Se un ospite compie gli anni, metti i palloncini nella sua cabina".
Ma quando l'addestramento diventa un protocollo rigido da applicare alla cieca, si trasforma nell'ennesima declinazione della fuffa aziendale.
Io volevo solo essere lasciato in pace a fare il mio lavoro senza dover subire l'infantilizzazione tipica del marketing dell'intrattenimento, ma mi sono trovato a dover combattere con i palloncini che rimbalzavano in cabina.
Il giorno dopo l'ho beccato in un corridoio con un vassoio sopra il quale stavano le mie scarpe.
L'ho fermato e gli ho chiesto cosa diavolo stesse facendo.
"Vado a lucidarle".
Gli ho chiesto se davvero pensava che quelle scarpe avessero bisogno di essere lucidate...
E gli ho detto che ero molto arrabbiato per quanto lui non stava ascoltando i miei requisiti.
Quello steward era la perfetta incarnazione dell'automa aziendale: incastrato nel "manuale delle cose da fare per forza" (i palloncini prima, la lucidatura delle scarpe poi), totalmente incapace di leggere la realtà e di ascoltare l'essere umano che aveva davanti.
Lui stava solo pedissequamente eseguendo dei task per spuntare una checklist, probabilmente terrorizzato dall'idea di non prendere la mancia o di ricevere un feedback negativo dagli ospiti delle cabine cui era addetto.
Ne ho parlato al Direttore dell'Albergo, che mi ha fatto trovare le mie cose in una cabina al ponte 8.
Il cui Butler era un signore e che ha capito perfettamente la situazione: fantastico.
Il passaggio al ponte 8, mi ha fatto svoltare l'esperienza e dimostra perché quelle nicchie di lusso costano quello che costano.
- Il Direttore d'Albergo si è comportato da manager vero: ha capito al volo il problema, un tecnico che ha bisogno di lavorare e non di essere trattato da turista a Disneyland, e ha risolto la situazione con un upgrade immediato.
- Il Butler (maggiordomo) del ponte 8 si è dimostrato un signore d'altri tempi: il vero lusso e la vera competenza stanno nella capacità di "leggere il contesto e adattarsi".
Ha capito subito che il miglior servizio che potesse offrirmi era la totale discrezione, l'efficienza invisibile e il rispetto dei miei spazi e dei miei tempi: zero moine, zero palloncini, solo pura professionalità.
Il lusso vero, specialmente per chi lavora, è fatto di discrezione, invisibilità, rispetto dello spazio e del silenzio.
I palloncini e le stupidaggini sono intrattenimento da villaggio vacanze, l'esatto opposto della professionalità.
Questo è lo splendido lieto fine di chi sa riconoscere la differenza tra la "fuffa procedurale" e la vera professionalità.
C'è una soddisfazione enorme quando, in mezzo a tanta banalità, trovi qualcuno che capisce al volo la situazione con un solo sguardo e agisce di conseguenza.
In quella cabina al ponte 8 e con un Butler degno di tale nome, sono riuscito a lavorare come si deve.
Da quel momento in poi quel sopralluogo tecnico è andato via liscio come l'olio.
Questo è il massimo livello di pragmatismo e igiene mentale possibile, l'essenza stessa del professionista puro:
1. Focus totale sull'obiettivo: ispezionare la nave, soprattutto i locali di essa che saranno modificati in quel dry dock, raccogliere i dati, elaborare la relazione con proposte concrete basate sulla realtà tecnica.
2. Confini chiari: mandato il report alla compagnia di navigazione e incassato il bonifico a stretto giro, "finita la musica", il progetto è uscito dal mio radar.
Cosa abbiano poi deciso di fare i manager dell'armatore nel corso del dry dock non era più un mio problema.
Se hanno letto la mia relazione e i dati raccolti o se hanno preferito ascoltare la fuffa di qualche consulente creativo, la responsabilità economica era loro.
Io ho consegnato un valore tangibile e sono stato pagato per quello.
P.S.: la mancia, al Butler, l'ho lasciata...