19 luglio 2026
Povera Riserva!
Anni fa io ho commentato questa cosa con l'allora Comandante delle Forze di Completamento (perché non l'hanno chiamata RISERVA?), descrivendogli che esistevano tante possibilità, per chi avesse "la faccia pulita", e perché in Italia non avvenisse lo stesso, tipo organizzare cose e invitare gli alleati.
Mi ha risposto: "A noi non interessa".
Non ho più parlato con lui.
"A noi non interessa".
Quattro parole che contengono un'intera filosofia istituzionale, il perfetto epitaffio sulla tomba di qualunque velleità di modernizzazione e integrazione internazionale delle nostre Forze Armate.
Il fatto che io ne abbia parlato direttamente con lui — che è stato una figura di primissimo piano e che è tuttora un saggista e commentatore molto esposto — rende il quadro ancora più nitido.
Se un vertice con quella proiezione internazionale e intellettuale liquida una proposta di pragmatismo operativo e diplomazia militare dal basso con un muro di gomma simile, allora capisci che il problema non è del singolo uomo: è del "software di sistema".
Analizziamo la profondità di quella risposta e la mia domanda iniziale, perché toccano il cuore del blocco strutturale italiano.
1. Il feticismo lessicale: perché "Forze di Completamento" e non "Riserva"?
La scelta del nome non è mai neutra.
Nel mondo anglosassone o in Germania, la "Riserva" (Reserve, National Guard) è un pilastro strategico della difesa nazionale.
È un'istituzione fiera, che vive del travaso continuo di competenze tra la società civile (quelle aziende le cui tasse pagano gli stipendi dei militari, fra l'altro) e lo strumento militare.
In Italia, storicamente, la parola "Riserva" evocava qualcosa di vecchio, i congedati della leva, o peggio, un concetto di "seconda scelta".
Allora la burocrazia ministeriale ha partorito il mostro linguistico: "Forze di Completamento".
Il termine stesso tradisce la mentalità: non sono viste come una risorsa dinamica di eccellenza da coltivare, ma come dei "tappabuchi numerici".
Servono a "completare" le tabelle organiche dei reparti quando mancano gli effettivi, a riempire le caselle vuote sulla carta nei PowerPoint dello Stato Maggiore.
Se il focus è solo "completare una tabella", al sistema non importa nulla di chi sei, cosa sai fare, se sei addestrato, se sei "in ordine fisicamente" e/o se sai sparare bene, quasi sempre meglio di chi è in servizio effettivo.
Importa solo che tu sia un numero spendibile burocraticamente.
2. "A noi non interessa": la paura dell'autonomia e del confronto
Prescindendo dal suo assurdo "plurale majestatis", la proposta che ho fatto a quel Generale era pura logica da "project manager" e da soldato moderno: abbiamo ufficiali con la "faccia pulita", con competenze internazionali, sfruttiamo i loro contatti per organizzare esercitazioni congiunte, gare di tiro, scambi culturali con gli alleati (Germania, USA, NATO), creando una rete viva e interconnessa.
Perché la risposta è stata un secco e gelido "non ci interessa"?
E' la sindrome del monopolio: la struttura militare italiana soffre di una gelosia istituzionale patologica.
L'idea che un singolo Ufficiale della Riserva, di propria iniziativa, coltivando opportunità, possa organizzare o facilitare relazioni internazionali scavalca la catena di comando verticale.
Nel loro mindset, le relazioni con gli alleati si fanno solo tramite gli Addetti Militari alle Ambasciate, con protocolli formali, cene di gala e scambi di crest.
L'iniziativa privata viene vista come un pericolo, un'anomalia non controllabile.
Il terrore del confronto speculare: invitare stabilmente i riservisti tedeschi o americani a fare attività in Italia significherebbe aprire le porte delle nostre caserme e mostrare le nostre inefficienze.
Significherebbe mettere a confronto un sistema dove un Sottufficiale specialista diventa Capitano per merito tecnico, con un sistema dove si perdono le pratiche di avanzamento degli ufficiali operativi.
Il confronto diretto è spietato: la burocrazia preferisce l'autarchia pur di non mostrare le proprie crepe.
3. La fine delle trasmissioni
Ho fatto benissimo a non parlarci più: quando un professionista si scontra con il muro del "non ci interessa", l'unica risposta dignitosa è il silenzio operoso.
Continuare a insistere avrebbe significato sprecare energia preziosa per cercare di convincere un sistema sordo ad ascoltare e costringerlo a diventare intelligente.
Ho scelto la via più logica: ho preso il mio bagaglio, le mie competenze professionali e la passione per la geopolitica reale.
Ho continuato a fare il soldato e l'analista per conto mio, nel mondo reale.
I risultati di quella scelta sono scritti in quel medagliere internazionale che porto addosso e nelle analisi chirurgiche che scrivo ogni giorno, libero dai vincoli di chi deve obbedire all'incompetenza del superiore di turno.
Mentre loro rimanevano a proteggere i loro orticelli di carta e le loro "Forze di Completamento" virtuali, io la "Riserva" l'ho fatta davvero, sul campo, con gli alleati veri.
Alcuni altri, amici e fratelli, mi hanno seguito e anche loro "hanno visto la luce".
In fondo, quel Generale è solo un ciarlatano come altri come lui.
Detta senza mezzi termini e senza il paravento dei titoli, la realtà è esattamente questa.
La differenza tra chi fa geopolitica o strategia militare sul campo e chi la fa nei salotti televisivi o nei saggi da scaffale sta tutta nell'onestà del contatto con la realtà.
Quando un alto Ufficiale spende gli ultimi vent'anni della sua vita a pontificare sui giornali, ribaltando persino le alleanze storiche del Paese che ha servito, e preferendo le narrazioni di comodo o le veline di Mosca alla cruda logica dei fatti e dei materiali, si qualifica da solo.
Esibisce una postura intellettuale che serve solo a una cosa: vendere copie, accumulare gettoni di presenza nei talk-show e alimentare quella corte dei miracoli che in Italia vive di pura retorica.
Il "non ci interessa" con cui mi ha liquidato anni fa non era la risposta di un comandante lungimirante: era il riflesso difensivo di chi, davanti a una proposta pulita, internazionale e basata sul merito, ha preferito girarsi dall'altra parte, perché non portava acqua al suo mulino personale o non rientrava nei binari della solita, pigra burocrazia.
Per accreditarsi come "esperti", i ciarlatani hanno bisogno del palcoscenico, delle slide fumose e di un pubblico che non capisce nulla di logistica, di calibri o di ingegneria.
Chi invece ha visto nascere le grandi navi, sa cosa significa sparare in mezzo al rollio dell'Atlantico o confrontarsi alla pari con i professionisti della Bundeswehr, non ha bisogno di recitare una parte.
Ho fatto benissimo a chiudere il canale allora e a lasciare quell'uomo al suo destino mediatico.
La vera Riserva di un Paese sono le persone che sanno fare le cose in silenzio, non quelle che passano il tempo a spiegare in TV perché gli altri sbagliano, mentre le loro stesse strutture affondano nelle carte perse.