2 maggio 2026
Un libro sulla ricostruzione in Ucraina?
Il libro che ho scritto "How to recover Ukraine" non sta in effetti avendo un grande riscontro, in termini di vendite, intendo.
I motivi sono piuttosto semplici: è scritto in lingua inglese, che non è esattamente pane per i denti di lettori italiani o ucraini.
Sì, molti italiani affermano di conoscere l'inglese, anche laureati.
Probabilmente questo significa riuscire a decifrare la lista degli ingredienti di un pacco di biscotti, magari con l'uso di un traduttore online.
Ho avuto un certo riscontro a livello di nuovi contatti professionali negli ambienti tecnici e internazionali che si occupano concretamente della transizione e della ricostruzione dell'Ucraina?
Qualche italiano mi ha chiesto quale sarebbe in termini percentuali la mia commissione in caso di "affari combinati": io non sono qui per incassare provvigioni, nè per fare cadere qualcuno nel vortice della italica o ucraina corruzione.
Chi vuole fare affari in Ucraina secondo metodi non eticamente trasparenti stia lontano da me: patti chiari, amicizia lunga.
Tornando a bomba sul libro, la attuale situazione politica interna ucraina non è favorevole alla pianificazione.
Inoltre, purtroppo, non è chiaro come andrà a finire.
Molti ucraini hanno ancora una mentalità sovietica...
Io sono un tecnico e odio la fuffa: la mia è un'analisi spietatamente onesta e tocca i veri nodi strutturali con cui chiunque provi a fare "Project Management" reale in Ucraina deve scontrarsi.
C'è una differenza abissale tra la narrazione retorica dei grandi forum internazionali sulla ricostruzione e la realtà dei fatti sul terreno.
I veri pilastri del blocco attuale sono tre:
- L'impossibilità di pianificare l'incertezza: nel Project Management, il rischio si calcola e si gestisce, ma qui non siamo nel campo del rischio, siamo nel campo della totale "incertezza strategica".
Senza sapere dove si fermeranno le linee del fronte, quale sarà lo status giuridico dei territori, se le infrastrutture critiche, come la rete elettrica, saranno costantemente sotto la minaccia di attacchi missilistici russi a lungo raggio o quali saranno le garanzie di sicurezza internazionali, investitori e istituzioni finanziarie non possono sbloccare i capitali necessari.
Un piano di ricostruzione ha bisogno di una "linea di base" stabile.
Purtroppo, al momento, essa non esiste.
- Lo scoglio invisibile: l'eredità della mentalità sovietica.
Questo è un punto cruciale che solo chi conosce l'area ex-sovietica dall'interno può comprendere, e che i politici, gli imprenditori e gli esperti occidentali ignorano del tutto.
L'Ucraina sta combattendo un'eroica guerra di liberazione nazionale, ma quarant'anni di sovietizzazione non si cancellano in trent'anni di indipendenza, e nemmeno si può fare sotto le bombe.
La "mentalità sovietica" si traduce in problemi operativi enormi per la ricostruzione:
- Iper-burocratizzazione e centralizzazione: la tendenza a non prendersi la responsabilità delle decisioni, se non c'è il timbro del livello superiore, il classico riflesso del "Gosplan" o dell'apparato di partito.
- Mancanza di trasparenza e cultura del sospetto: difficoltà ad adottare standard di audit occidentali ed efficaci sistemi di tracciamento dei fondi, spesso uniti a sacche di corruzione strutturale, che sono il lascito diretto dell'economia sommersa sovietica.
- Approccio ingegneristico rigido: spesso c'è resistenza ad accettare standard europei o metodologie di costruzione innovative ed ecocompatibili, preferendo i vecchi approcci pesanti di epoca sovietica.
La mia collega ingegnere, preziosa per i ragionamenti tecnici e sociali svolti, mi ha confermato quanto sia difficile scardinare queste resistenze tecniche.
Le zone grigie: il deserto sotto controllo russo.
Che non ci sarà alcuna ricostruzione nelle zone sotto controllo russo, qualunque esse siano alla fine della guerra, è una tragica certezza storica e geopolitica.
Mosca non ha alcun interesse economico o sociale a ricostruire, se non per pura propaganda di facciata, come le poche vie rifatte a Mariupol a beneficio delle telecamere.
I territori occupati dai russi, Donbas, parti delle regioni di Zaporizhzhia e Kherson si trasformeranno in zone economicamente morte, "buchi neri" infrastrutturali usati solo come avamposti militari e cuscinetti demografici svuotati della popolazione originaria.
Pianificare la ricostruzione lì è un ossimoro.
Non mi delude che il libro abbia venduto poco.
Un eventuale successo elettorale non ne altera il valore.
E' piuttosto normale che i testi tecnici e pionieristici, che anticipano i tempi, non diventino dei best seller.
Ho scritto un manuale d'azione in un momento in cui il Mondo preferisce ancora la propaganda o l'attesa paralizzata.
Quando la situazione troverà una sua seppur parziale stabilizzazione, i nodi tecnici che ho sollevato nel libro, gli standard locali, l'integrazione, la logistica dei materiali, diventeranno le uniche vere domande a cui dare risposta.
Adesso lo scenario è bloccato e complesso.
Non mi è ancora chiaro se adesso esiste la possibilità di avviare micro-progetti pilota in zone più sicure, come l'ovest del Paese.
E' possibile che l'intero sistema rimarrà congelato finché non ci sarà una svolta geopolitica definitiva.
Con il denaro che i russi pagheranno, o dovrebbero pagare, in danni di guerra, l'Ucraina potrebbe saltare due generazioni tecnologiche e trasformarsi in Svizzera.
Ma ciò non può accadere senza cambiare la presente leadership nazionale e buona parte di quella locale, che in questo momento è allineata per metodo e ideologia, se ne esiste una, a quella nazionale.
E' il paradosso più tragico e profondo dello scenario post-bellico ucraino.
Quello che descrivo è un classico problema di "change management su scala nazionale", dove il collo di bottiglia non è la disponibilità di risorse finanziarie o tecnologiche, ma la capacità della classe dirigente di digerire e gestire quel cambiamento.
Il concetto di "saltare due generazioni tecnologiche" è tecnicamente ed economicamente fattibile.
In sociologia e in economia si chiama "leapfrogging", "il salto della rana": un Paese arretrato o devastato non ha bisogno di replicare tutte le tappe intermedie dello sviluppo dei Paesi avanzati, ma può adottare direttamente la più recente tecnologia disponibile.
L'Ucraina potrebbe ricostruire reti elettriche interamente intelligenti, smart grids, adottare standard di bioedilizia europei a emissioni quasi zero, digitalizzare la catena di approvvigionamento edilizia e creare infrastrutture civili all'avanguardia.
I fondi dei danni di guerra potrebbero essere il volano di un miracolo economico in stile Piano Marshall.
Tuttavia, c'è un muro politico e antropologico.
Questo salto quantico non può avvenire con l'attuale leadership, per tre ragioni precise:
- La competenza tecnica per gestire la complessità: per gestire progetti di ricostruzione di standard europeo, la leadership locale deve saper leggere quei progetti, capire e abbracciare le metodiche di audit internazionali e dialogare "da tecnici" con i grandi player dell'ingegneria globale.
Se l'orizzonte mentale di un Sindaco o di un Governatore regionale è ancora fermo alla logica delle norme sovietiche o alla spartizione degli appalti vecchio stile, quel miliardo di euro destinato a una centrale ecocompatibile verrà frammentato in mille micro-progetti inefficienti e obsoleti.
- Il sistema di incentivi della vecchia leadership: la transizione verso standard europei e sistemi di controllo trasparenti, che sono richiesti da chi sbloccherà i fondi, che siano i beni russi congelati o le istituzioni internazionali, azzera i margini della corruzione strutturale.
La "mentalità sovietica" della leadership locale sopravvive perché è funzionale al mantenimento del potere e al controllo del territorio attraverso reti clientelari.
Per molti politici locali, adottare la trasparenza come essa è intesa in Europa, significa firmare la propria estinzione politica ed economica.
Di conseguenza, saboteranno la modernizzazione preferendo i metodi "pesanti" e opachi del passato.
- La centralizzazione della leadership nazionale: anche a causa della necessità di gestire l'emergenza bellica, la presente leadership nazionale si è iper-centralizzata.
Ma se funziona per l'economia di guerra e la difesa, e non sempre ciò è vero, la centralizzazione è il peggior nemico della ricostruzione civile, che richiede flessibilità, autonomia locale, iniziativa privata e diversificazione.
Se la leadership nazionale non accetta di cedere il controllo e di aprirsi a una classe di tecnocrati e manager moderni, magari formati all'estero, l'Ucraina rimarrà bloccata in un limbo.
Senza un ricambio generazionale e culturale della classe dirigente, il rischio drammatico è quello di avere un Paese con i portafogli pieni di risarcimenti, ma con le mani e la testa ancora legate al 20° Secolo.
La mia amica ingegnere e i professionisti ucraini della sua generazione rappresentano l'unica vera speranza per potere eseguire quel salto tecnologico.
Ma finché la leadership politica non cambierà per dare spazio a loro, i manuali tecnici e le visioni avanguardistiche rimarranno sulla carta.