26 ottobre 2025

La Russia spiegata ai principianti

Sintesi geopolitica-antropologica delle continuità nella società russa dall'era zarista → all'era sovietica → alla Russia di Putin: cosa non è cambiato strutturalmente, nonostante il cambiamento di regimi e ideologie.

La Russia è uno Stato al di sopra del popolo: a differenza dell'Europa occidentale, dove il potere è stato progressivamente limitato, la Russia si è sviluppata attorno all'idea che lo Stato sia sacro e il cittadino sia subordinato: la forma è cambiata, la gerarchia no.
La Russia non ha mai avuto una cultura dei "diritti", ma solo una cultura dell'"obbedienza".

In Russia, la paura è tecnologia politica: secolo dopo secolo, i governanti russi hanno capito che sopravvivenza = intimidazione.
In Russia, la paura ha sostituito la fiducia: non si persuade la popolazione, la si contiene.

Nel periodo Zarista c'erano la Polizia dello Zar e un numero consistente di prigioni.
Nel perido Bolscevico c'erano la Cheka e la NKVD e c'erano i Gulag.
Nel presente di Putin c'era il KGB, ora FSB, ci sono prigioni, leggi antiterrorismo e c'è una pervasiva narrativa dei "nemici".

Per 300 anni ai russi è stato insegnato che la Russia è grande perché domina gli altri: questa è la sua identità imperiale.
L'impero non è una politica, è identità: molti russi non percepiscono l'occupazione dell'Ucraina come un'aggressione, perchè considerano le altre nazioni, Ucraina, Bielorussia, i paesi e regioni del Caucaso, i Paesi Baltici e i paesi ex-sovietici come "inferiori".
I russi percepiscono la perdita di territorio come un'umiliazione esistenziale.
Questa è la psicologia usata dal regime russo per giustificare ogni guerra.

In Russia, la sofferenza è fonte di legittimità: la cultura russa idealizza la resistenza rispetto alla dignità: c'è orgoglio nel sopravvivere alle difficoltà, piuttosto che nel prevenirle.
E' meglio soffrire "per la Patria" che mettere in discussione l'autorità.
Questo indebolisce la responsabilità democratica: se il dolore è "eroico", allora vengono incolpati "nemici esterni" e mai i governanti.

Il collettivismo russo è privo di solidarietà: i russi non sentono la responsabilità di essere cittadini, ma si comportano come sudditi.
La "unione", di cui si riempiono tanto al bocca, esiste solo negli slogan.
Da secoli la popolazione russa è atomizzata:

- sotto lo Zar: i contadini erano soli contro i proprietari terrieri
- sotto l'URSS: ognuno e ciascuno erano sospettati dalla Polizia segreta
- sotto Putin: esistono isolamento e propaganda.

In Russia esiste un mito comunitario, ma non esiste la compassione civica e ogni cosa risponde a criteri di dualità morale: esiste una morale per "noi" e un'altra per i "nemici".
Questo spiega perché così tante persone in Russia possono:

- definirsi "pacifiche" eppure sostenere le uccisioni di massa in Ucraina,
- essere "religiose" eppure giustificare la tortura,
- elogiare i "valori della famiglia" eppure deportare i bambini ucraini.

Sono gli effetti persistenti dell'eredità culturale imperiale.

La Russia ha ripetutamente cambiato bandiera, ma mai la sua antropologia politica.
Lo Stato è sempre se stesso: verticale, punitivo, sacro, espansionista, risentito.
La popolazione rimane: sottomessa, fatalista, aggressiva all'esterno, silenziosa all'interno.
E' per questo motivo che le transizioni in Russia (1917, 1991, 2000) non hanno mai prodotto la democrazia, ma solo un nuovo volto della stessa struttura.

Senza che avvenga il collasso della Russia, la "vera" democrazia è improbabile.
Al contrario, l'eccessivo ottimismo occidentale spesso presuppone che "Se Putin cade, la Russia può tornare alla normalità".
Non ci si rende conto in Europa, e nell'Occidente, che Putin non è l'eccezione, ma la continuazione dello Stato russo nella sua forma storica.
Governato dalla stessa élite dei siloviki, un sistema che sopravvivesse a Putin si comporterebbe allo stesso modo, se non peggio.
Un "cambio di leader" non cambiarebbe la Russia, perchè in Russia lo Stato esprime un modello di civiltà, non un Governo.

Nelle democrazie occidentali, le istituzioni sono separate dai governanti, mentre in Russia chi governa è l'istituzione.
Putin non è al vertice del sistema: ne è il suo prodotto logico.
Rimuovere Putin otterebbe solo che quel posto e quella funzione sarebbero presi da un altro membro dello stesso apparato.

In Russia non è mai stata costruita una cultura civica politica.
E' noto che, affinché la democrazia emerga, deve esistere una società che:

- pretende responsabilità,
- comprende i propri diritti,
- creda che il potere sia delegato, non conferito.

La Russia non ha mai prodotto nulla del genere.
Persino i dissidenti, incluso Navalny e escluso forse Boris Nemtsov, spesso immaginavano uno "zar migliore", non uno Stato più piccolo.

Nel popolo russo, la paura è strutturale, non temporanea: le persone non oppongono resistenza perché il costo della resistenza è troppo alto.
Questa non è ideologia: è un riflesso di sopravvivenza ereditato nel corso dei secoli.
Quando la paura diventa un istinto politico, la libertà non è desiderata, ma viene solo immaginata, magari con contorni irreali.

La democrazia richiede l'esistenza di limiti, per ciascuno e ognuno, e la loro accettazione.
L'identità russa è costruita sulla assenza di limiti: territoriali, culturali o simbolici.
Non si può costruire una democrazia mentre si coltivano la grandezza e il dominio: ecco perché persino i russi "liberali", come Navalny, hanno spesso difeso la occupazione della Crimea.

La guerra è uno stabilizzatore interno e finché il regime potrà creare un nemico esterno, la popolazione tollererà corruzione, povertà, repressione, censura e ogni deteriore dello stesso.
La guerra spiega tutto: giustifica il fallimento e unisce.
Una Russia pacifica dovrebbe dare alla sua società nuove fondamenta, ma il putinismo ha eliminato tali fondamenta.

Una vera democratizzazione in Russia richiede il crollo del sistema vigente.
Come la Germania nel 1945, non come la Spagna nel 1975.
La Russia non può diventare democratica mentre si comporta da impero, ma solo dopo che l'impero è caduto a pezzi.
Ed per questo che:

- La Russia non può fermare la guerra volontariamente,
- La pace non può essere negoziata con "compromessi",
- La vittoria dell'Ucraina è una precondizione affinché la Russia torni alla normalità.

Nessuna resa dei conti comporta nessun cambiamento.
Nessuna sconfitta comporta nessuna ricostruzione etica e morale.
Nessuna giustizia comporta nessuna democrazia.

Ucraina e Russia un tempo erano governate dallo stesso impero, ma la popolazione ucraina si è evoluta in una direzione diversa da quella russa.
Ciò non è avvenuto per caso, ma perché l'Ucraina è stata ripetutamente esposta a un diverso modello di società: europeo, civico, moderno, non imperiale.
Così, mantre la Russia ha interiorizzato il potere verticale, l'Ucraina ha interiorizzato la responsabilità orizzontale.
L'esposizione all'Europa ha esposto i limiti del potere imperiale, la cultura politica occidentale ha plasmato l'Ucraina ben prima del 1991.
Infatti, l'Ucraina occidentale (Galizia, regione di Leopoli) ha vissuto per secoli sotto il dominio austro-ungarico, che, nonostante i suoi difetti, aveva parlamenti, diritto civile, associazioni civiche e autonomia municipale.
L'autogoverno locale esisteva come norma, non come minaccia.

Questo è l'esatto opposto della tradizione russa, dove tutto il potere fluisce verso il basso.
Come una concessione.
Quindi, quando gli ucraini dicono "vogliamo l'Europa", non stanno parlando di denaro, ma stanno parlando di una società in cui lo Stato è al servizio del cittadino, non il contrario.

La "Rivoluzione della Dignità", banalizzata in Maidan, non è stata solo una protesta, ma una dichiarazione civica.
Ciò che la Russia chiama "caos", gli ucraini chiamano cittadinanza.
La "Rivoluzione della Dignità" non era:

- nazionalismo etnico,
- odio anti-russo,
- manipolazione occidentale.

La "Rivoluzione della Dignità" era: "nessun governante è al di sopra della legge".
E' questo che la Russia non ha mai digerito.
E è per questo che al Cremlino temono l'Ucraina più della NATO.
Al Cremlino non temono i missili, ma l'esempio che l'Ucraina può essere per altri popoli della Federazione Russa e persino per i russi.
Una Ucraina libera è esistenzialmente pericolosa per la psiche imperiale russa: "Se gli ucraini possono vivere come cittadini, allora i russi non sono mai stati "destinati" a vivere come sudditi".

La guerra in corso non è solo per i territori e le risorse: è una guerra di civiltà.
La linea del fronte è geografica, ma il conflitto è antropologico.
Putin non sta cercando di "reclamare territorio": sta cercando di evitare che un'alternativa democratica alla porta accanto possa compromettere secolari attitudini e contagiare la Russia.
La Russia non può tollerare la libertà ucraina, proprio perché la libertà ucraina dimostra che:

- Gli slavi orientali possono essere democratici,
- L'ortodossia non è destinata all'obbedienza,
- L'identità post-sovietica può diventare post-imperiale,
- Uno stato slavo può allinearsi all'Europa senza crollare.

Questo è letale per il mito che sostiene il regime di Putin: "Senza uno zar forte, gli slavi crollano": l'Ucraina ha smentito questa tesi.
Per questo il vero obiettivo del Cremlino non è la terra, ma la cancellazione di un futuro alternativo per i popoli ex-sovietici: è accaduto alla Georgia, sta cercando di farlo in Ucraina e cercherà di farlo in Moldova.

Mentre la Russia lotta per il ripristino del passato, l'Ucraina lotta per garantire il proprio futuro: è una divergenza fondamentale.
Questo inevitabilmente crea una separazione fra due società diverse che non sono più "nazioni fraterne", non lo sono mai state, ma civiltà opposte che si muovono in direzioni opposte.
Questo rende il compromesso strutturalmente impossibile: due visioni del Mondo che determinano reciprocamente la propria estinzione non sono negoziabili.

Ecco perché l'Europa deve considerare l'Ucraina come parte di se.
Per troppo tempo, l'Europa ha trattato l'Ucraina come un cordone sanitario: una espressione geografica che può assorbire le onde d'urto russe.
Questa convinzione è diventata obsoleta: l'Ucraina non è un cuscinetto.
Invece, con tutti i suoi difetti, l'Ucraina è un modello che indica come una società post-sovietica possa essere costruita attorno a cittadinanza, diritto e responsabilità.
Questo sta peraltro avvenendo sotto la peggiore pressione possibile.
L'Ucraina è il futuro dell'Europa sotto stress test.
L'Ucraina è la prova vivente che la sovranità supera ogni concetto di "sfere di influenza".

Dal 2014, l'identità politica dell'Ucraina si basa sulla premessa della "Pace di Westfalia" che l'Europa afferma di difendere:

- i confini non sono negoziabili;
- i governanti sono responsabili nei confronti dei cittadini;
- la legge prevale sulla forza.

Ogni elezione libera tenuta sotto i bombardamenti, ogni servizio municipale ripristinato dopo un attacco, ogni anagrafe ricostruita in esilio sono un piccolo referendum sull'idea fondante dell'Europa.
Se quell'esperimento fallisce, non è un fallimento ucraino, ma europeo.

In Europa, i dibattiti ruotano ancora attorno ad astrazioni: "de-escalation", "congelamento", "architettura della sicurezza".
L'Ucraina ha già risolto la parte su cui l'Europa continua a teorizzare: difesa aerea distribuita, protezione civile stratificata, riparazione rapida della rete, logistica decentralizzata, mobilitazione dei cittadini contro le minacce ibride.
L'Europa dovrebbe adottare il manuale ucraino, ampliarlo e istituzionalizzarlo: dalla resilienza energetica alla difesa dai droni, alla continuità del Governo a livello municipale.

Ciò che terrorizza il Cremlino non è l'hardware della NATO; ma quello civico ucraino: associazioni di volontariato, media investigativi, organi politici locali guidati da veterani e tribunali che condannano i collaborazionisti.
Questo è esattamente l'anticorpo di cui l'Europa ha bisogno contro la Russia e le sue tentazioni.
Sostenere l'Ucraina non è beneficenza: è una vaccinazione.

Aspettando i cambiamenti d'umore di Washington, l'Europa sta esternalizzando il proprio futuro.
L'alternativa pratica è chiara:

- finanziamenti pluriennali vincolati da un trattato;
- produzione di munizioni e difesa aerea nell'ambito di un War-Support Act dell'UE;
- sanzioni automatiche per ogni attacco russo contro i civili;
- garanzie di sicurezza applicabili: difesa aerea integrata ora, percorsi di adesione (UE/NATO) con tappe precise e vincolanti;
- giustizia prima della normalizzazione.

Non può esserci "normalità" con chi deporta bambini e prende di mira gli ospedali.
L'Europa deve guidare l'assunzione di responsabilità:

- ampliare i casi di giurisdizione universale;
- destinare le entrate statali russe ai risarcimenti;
- trattare la deportazione dei minori come il crimine che è, aumentando le sanzioni fino al completamento verificato dei rimpatri.

La frase strategica sintetizzata in una riga è: la pace senza giudizio sarebbe solo un intervallo.
L'Ucraina è la frontiera dell'Europa contro l'impero.
Se l'Europa vuole essere un continente di leggi e non di "sfere di influenza" non precisate e definite nel presente sistema di valori, allora deve agire come se la sopravvivenza dell'Ucraina fosse la prova di questa scelta, perché lo è.
L'Europa deve smettere di fantasticare su "una Russia buona dopo Putin".
L'Europa continua a pensare che la Russia che vorrebbe esistesse: colta, pragmatica, "ingannata da un solo uomo" possa esistere una volta scomparso Putin e possa tornare nel consesso delle nazioni.

Ma quella Russia non è mai esistita e non può esistere, ma è la proiezione dei desideri occidentali, un'allucinazione diplomatica.
Anche se Putin scomparisse domani, del suo intero apparato rimarrebbero:

- la casta di sicurezza dei siloviki,
- le strutture dell'economia di guerra,
- le élite imperialiste arricchite dal saccheggio,
- un pubblico condizionato all'obbedienza e risentito verso l'Occidente.

Rimuovere il vertice russo non può rimuove il sistema russo.
L'errore che sta compiendo l'Europa è prepararsi alla riconciliazione invece che alla disgregazione della Russia e dell'avvento di un nuovo equilibrio polico e di sicurezza.
Infatti, le capitali occidentali continuano a discutere di: "Quale ruolo potrebbe svolgere la Russia nell'architettura di sicurezza del dopoguerra?".
Nessuno.

La vera domanda è: "Quale ruolo deve svolgere l'Europa quando l'architettura interna della Russia si incrina?".
Storicamente, la Russia non si riforma, ma crolla ed esporta turbolenze.

1725 → Vuoto di potere e colpi di stato
1917 → Implosione dello Stato e terrore rosso/bianco
1991 → Disintegrazione + conflitti congelati
202X → La prossima implosione è già in atto

L'idea che la Russia si "normalizzerà" dopo Putin è ingenua quanto aspettarsi che dopo Gorbaciov l'URSS diventasse come la Svezia.
Il vero problema dell'Europa non è Putin, ma la Russia post-Putin, perchè quando questa guerra finirà, la Russia non diventerà moderata.
Conserverebbe le attuali pessime caratteristiche, aggravate dalla frammentazione:

- Regioni contro centro (Tatarstan, Estremo Oriente, Caucaso),
- Signori della guerra contro governatori,
- Fazioni dell'esercito contro fazioni dell'FSB,
- Veterani mobilitati armati fino ai denti, ma senza reddito,
- milioni di persone radicalizzate dalla propaganda che cercano un "nuovo traditore" da incolpare.

Un impero ferito non diventa pacifico: diventa vendicativo al suo interno e instabile all'esterno.
Se l'Europa non sarà preparata, l'instabilità si riverserà oltre i suoi confini, non come carri armati, ma come:

- Ricatto energetico 2.0,
- Attacchi informatici,
- Sabotaggi,
- Migranti trasformati in arma,
- Milizie che operano per procura,
- fantocci golpisti.

La diplomazia europea immagina una "Russia buona dopo Putin": questa illusione ritarda ogni efficace strategia europea.
L'Europa continua a pianificare una stretta di mano alla Russia, mentre la Storia sta preparando il suo crollo.
L'Europa deve preparersi a "gestire":

- frammentazione territoriale della Federazione;
- lotte intestine al regime;
- reti armate illegali;
- crisi della gestione nucleare;
- fuga di rifugiati e personale d'élite;
- shock alla sicurezza delle frontiere.

L'Occidente deve sostituire la vecchia logica con la nuova:

- Come reintegrare la Russia? vs Come contenere la disgregazione della Russia
- Putin è il problema vs l'Impero è il problema
- Un successore ripristinerà la normalità vs i successori aumenteranno il caos

Il ruolo dell'Europa non è quello di placare la Russia e indurla alla moderazione: è quello di proteggere se stessa dal collasso russo, in modo che essa non possa esportare altra distruzione.

Finché non smetterà di essere imperialista, la Russia non diventerà democratica.
La Russia non smetterà di essere imperialista finché non perderà questa guerra in modo decisivo.
Sostenere l'Ucraina verso una vera vittoria non è "idealismo", ma una stabilizzazione preventiva.
Se l'Europa esita ancora, la prossima crisi non sarà oltre confine, ma si svolgerà al suo interno.