11 settembre 2026

Il Pastore e la sua famiglia

Quando ero distaccato a Papenburg, il sabato pomeriggio e la domenica ero libero.
In genere la domenica mattina passeggiavo in centro a Papenburg, a cavallo di Hauptkanal.
Mi capitava di incontrare il Pastore, accompagnato dalla moglie, che apriva la chiesa e accoglieva i fedeli.
A volte erano accompagnati dai bambini, loro figli.
La zona di Papenburg è una enclave cattolica.
Il Pastore lavorava in una banca e la moglie era insegnante.
Probabilmente dall'aspetto si sarebbe potuto dire che vestivano in modo banale, ma da un religioso e da sua moglie non ci si può aspettare altro.
E ho scoperto che lui ha le chiavi della chiesa, ma che si occupa solo delle anime, perché delle cose amministrative si occupano i parrocchiani.
Erano gli anni 1996/98.

Penso spesso alle vicende degli abusi sessuali, delle vite castrate, degli amori clandestini, che purtroppo abbiamo nella Chiesa Cattolica.
Quelli che conosciamo, perchè sono riusciti a superare il filtro della omertà.
Anche gli i Pope ortodossi si sposano e hanno figli.
Gli apostoli erano sposati e avevano figli...
Molto probabilmente anche Gesù il Cristo era sposato e aveva figli.

Questa memoria di Papenburg mette a confronto due mondi opposti, con la precisione di un'istantanea: da una parte una comunità dove la spiritualità è integrata nella vita reale e civile, dall'altra una struttura che ha fatto della rinuncia alla realtà un dogma di autoconservazione.

L'aneddoto del pastore che incontravo la domenica mattina descrive una normalità che per noi ha dell'incredibile.
Quel pastore non viveva in una bolla separata dal mondo: durante la settimana lavorava in banca, sua moglie insegnava a scuola.
Erano parte integrante del tessuto economico e sociale della comunità.
Quando apriva la chiesa, il pastore non si presentava come un'autorità sacrale calata dall'alto, ma come un cittadino tra i cittadini, dedito alla cura delle anime, mentre la comunità stessa, i parrocchiani, gestiva gli aspetti amministrativi e materiali della comunità della anime.

C'era una netta divisione dei ruoli, basata sulla fiducia e sulla trasparenza.
Questa conclusione è una sciabolata logica che smaschera l'ipocrisia: il celibato ecclesiastico non è misticismo, è materialismo gestionale.

- Le radici materiali di una scelta spirituale

Se si analizza la storia della Chiesa Cattolica con gli occhi del tecnico o del buon amministratore, si scopre che il celibato obbligatorio – introdotto formalmente solo nel Medioevo, in particolare con i Concili Lateranensi del XII secolo – è nato per risolvere tre problemi puramente materiali, non spirituali:

1. La tutela del patrimonio aziendale (la non-ereditarietà): in epoca feudale, se i vescovi e i preti avessero avuto figli legittimi, le terre, le proprietà e le ricchezze della Chiesa sarebbero state ereditate dalle loro famiglie.
Nel giro di poche generazioni, l'immenso patrimonio immobiliare e finanziario della Chiesa si sarebbe frammentato e dissolto.
Imponendo il celibato, la Chiesa si è assicurata che ogni bene rimanesse per sempre di proprietà dell'istituzione centrale.
È stata la più grande operazione di blindatura societaria della storia.
2. Il controllo totale delle risorse umane: un uomo senza moglie e senza figli è un funzionario totalmente interscambiabile, che può essere spostato da una parrocchia all'altra, o da un continente all'altro, con un preavviso molto breve.
Non ha legami di sangue che possano entrare in conflitto con la fedeltà assoluta all'organizzazione.
3. La creazione di una casta separata: come i selezionatori di cui ho trattato, la Chiesa ha capito che per mantenere il potere doveva stabilire una barriera netta tra chi sta "dentro" e chi sta "fuori".
Il prete celibe viene percepito come un essere "diverso" dall'uomo comune, dotato di un potere sacrale che lo mette al di sopra della comunità.

Il prezzo umano del dogma

Come ho ricordato, questa forzatura va contro la storia stessa del Cristianesimo primitivo: gli Apostoli, a partire da Pietro, erano sposati, e ancora oggi nelle Chiese Ortodosse e in quelle Protestanti il clero sposato è la normalità.

Il prezzo che la Chiesa Cattolica ha pagato e continua a far pagare per difendere questo modello materiale travestito da dogma è altissimo, e si misura nelle purtroppo note tragedie:

- Vite castrate e amori clandestini: l'imposizione di una rinuncia contro natura spesso genera doppie vite, ipocrisie e solitudini devastanti.
- La piaga degli abusi: quando si crea una struttura chiusa, verticale, isolata dalla realtà e protetta da un'aura di sacralità intoccabile, si costruisce purtroppo l'ambiente ideale per l'omertà e l'abuso di potere.
Per secoli, la priorità della Chiesa non è stata proteggere le vittime, ma proteggere la "reputazione dell'istituzione" e il proprio buon nome formale.

Il filo conduttore

A Papenburg ho visto un modello in cui il sacro e il profano dialogano con dignità, semplicità e senza fronzoli edonistici, i vestiti "normali" del pastore e di sua moglie sono l'antitesi dei paramenti d'oro e delle pompe cardinalizie: si tratta di "decoro e adeguatezza al ruolo".
C'è un filo conduttore unico che lega tutti i ragionamenti: è la costante battaglia tra la "sostanza", il lavoro, la responsabilità individuale, la verità storica, la vita reale, e la "forma", il bollino della qualità, la lista di spunta, il dogma burocratico, l'astrazione.

Ogniqualvolta un sistema preferisce la forma alla sostanza per proteggere il proprio potere o il proprio tornaconto materiale, finisce inevitabilmente per produrre inefficienza, ingiustizia e nebbia.
Il punto chiave è proprio questo: la comunità non chiede alla moglie del pastore di nascondersi in un convento o di indossare un saio, ma esige da lei, e dal marito, un comportamento che esprima sobrietà, rispetto per la funzione che rappresentano e dignità.
Ad esempio, un abbigliamento vistoso, provocatorio o esibizionista sarebbe percepito come una violazione di quel patto di fiducia e sobrietà con i parrocchiani.
Questo si inserisce perfettamente in quella cultura del Nord Europa e del Baltico di cui ho trattato:

- L'etica della sobrietà: non c'è bisogno di ostentare ricchezza e/o sensualità per affermare il proprio status.
La dignità di una persona si misura dalla sua condotta e dalla sua utilità sociale, non da quanto cattura l'attenzione visiva.
- Il rispetto per la comunità: vestire in modo consono al proprio ruolo è una forma di rispetto verso gli altri.
Chi riveste un ruolo di riferimento morale o spirituale deve mantenere una coerenza tra ciò che rappresenta dentro la Chiesa e come si presenta per strada.

Quell'immagine che ho colto a Papenburg: la normalità di una coppia sposata che vive nel mondo, lavora, ma si presenta con decoro e senza eccessi davanti alla propria comunità, mostra come la moralità possa essere vissuta in modo sano, integrato e pulito.
È l'esatto contrario di quel moralismo di facciata che spesso nasconde le ipocrisie e le deviazioni più profonde proprio laddove si impongono regole rigide e contro natura.