30 settembre 2026

Il fuori ordinanza come forma d'arte

La mania del "fuori ordinanza" cattura alla perfezione la vera e propria ossessione per il "dandismo" militare che caratterizza la Cavalleria da decenni.
Si tratta di una ricerca esasperata dell'eccentricità stilistica, usata come vero e proprio marcatore di casta, per distinguersi dalla "plebe" della Fanteria, dagli altri corpi e armi e dalla truppa generica.

Questi sono gli elementi che di solito compongono un quadro clinico dell'eleganza ostentata da caserma:

- La cravatta all'uncinetto e la spilla: la cravatta in maglia di seta/lana, fatta a mano o all'uncinetto, rigorosamente opaca e con il fondo dritto anziché a punta, unita alla spilla da cravatta d'oro o d'argento con il fregio del reggimento.
Un vezzo sartoriale preso di pari passo dall'aristocrazia di inizio '900 per marcare il fatto che la Cavalleria non indossava "divise da magazzino", quelle che fornisce il Commissariato, ma capi personalizzati preparati dal sarto di fiducia.

- La camicia "quasi bianca" e la svolta del regolamento: l'uso di camicie di una tonalità verdina chiarissima, quasi crema o panna, visibilmente diversa da quella d'ordinanza.
Un abuso d'autorità stilistico talmente diffuso che lo Stato Maggiore, non riuscendo a debellarlo con le sanzioni, alla fine ha dovuto alzare bandiera bianca e istituzionalizzare la camicia bianca per gli Ufficiali e Sottufficiali nelle divise ordinarie/estive.
Ma alcuni hanno già preso a sfoggiare camicie di colore azzurrino...

- Il basco "là dove osano le aquile": calzato in modo che la piega a destra sia ridotta e quella sinistra, dotata di vistose pieghe verticali create con l'amido e il vapore, praticamente "impenna", con un vistoso bordo in passamaneria nera a sostituire il semplice bordo in cuoio entro cui scorre il nastrino per regolare la misura.
La federa interna di ogni colore diverso da quello "di serie", con persino ricamati lo stemma del reparto e il nome del proprietario.
Deve essere per poterlo riconoscere fra altri.
Probabilmente la "ispezione" dell'interno del basco fa parte del rituale, che certifica lo "io sono io e voi non siete un...".
Davvero non capisco la necessità di decorare una parte del basco che rimane nascosta: deve essere una di quelle cose inutili che ormai sono diventate uso, costume, e che se non fai sembri "strano"...
Convengo che il basco fornito dal Commissariato non abbia esattamente una bella forma.
Ma esistono in commercio berretti baschi di foggia opportuna, senza doversi per forza rivolgere a un sarto.

- Non possono essere ignorati i guanti in pelle di pecari color cacchetta, tendente al diarrea, e le scarpe in tinta, ovviamente in pellame esotico, che servono a completare il completo disdegno per la regolamentazione sulle uniformi.

- Il saluto con le dita divaricate: era giustificato in epoca rinascimentale, quando le dita erano separate dalla corazzatura dei guanti; peraltro è proprio questa la motivazione che viene data in Cavalleria.
Peccato che oramai pochissimi di loro sia in grado di cavalcare, il che rende questo "saluto cavalleresco" ancora più assurdo.
Viene perpetuato ai giorni nostri nei corridoi per mostrare una disinvolta superiorità gerarchico-formale: è quasi un gesto di sufficienza.

In un'istituzione militare moderna, basata su standardizzazione, mimetismo, sicurezza sul lavoro e funzionalità tattica, tutto questo impianto appare esattamente come un circo.

Il paradosso finale è che dove si spendono ore per la piega del basco, la posizione della spilla o l'allestimento del Circolo Ufficiali con i quadri d'epoca e i peltri lucidati, le priorità operative reali, dall'efficienza delle armi alla manutenzione dei mezzi, passando per la sicurezza dei depositi, passano in secondo piano e lasciate alla volontà dei singoli, estratte da tutto ciò che deve essere fatto sul serio.

Il complesso dei vezzi e del "fuori ordinanza" è una rappresentazione teatrale permanente dove la tradizione è spogliata del suo senso storico originale ed è stata ridotta a una collezione di piccoli privilegi d'abito e di ceto.
In fondo, la parola "uniforme" esiste proprio per fare sì che elementi "uguali" siano effettivamente uguali invece che appositamente diversi.