15 giugno 2026

Diventiamo manager

Ho sentito e visto generali dire "abbiamo bisogno di diventare manager".
Lo dicono ignorando completamente cosa sia il management: gestione, un'attività che è l'esatto opposto del comando.
E' un cortocircuito logico e culturale colossale.
Quando un Generale dice "abbiamo bisogno di diventare manager", non sta promuovendo la modernizzazione: sta confessando, spesso senza rendersene conto, l'avvenuta burocratizzazione dello spirito militare.

C'è una differenza filosofica, antropologica e operativa abissale tra le due funzioni, regolarmente rimossa in Italia sotto il tappeto del linguaggio aziendalista di moda.
Non a caso, la lingua inglese usa due verbi totalmente diversi: "to Command" e "to Manage".
La distinzione fra "Comando" e "Gestione" è cruciale.

Il "Comando" si rivolge agli uomini, alla loro motivazione e alla loro anima.
In combattimento non puoi "gestire" un soldato con un foglio Excel: devi guidarlo, devi essere un leader.
E la leadership non si manifesta automaticamente per il semplice fatto di essere in una posizione di comando.
Un caporale può essere un leader migliore di un Generale di Corpo d'Armata.
Esiste una profonda differenza fra il comandare, quando tutti fanno quello che tu dici perché devono e quando tutti fanno quello che tu dici perché riconoscono in te il leader.
Non si tratta del riconoscimento formale e burocratico, ma di quello reale, quello che fa dire: "Con lui andrei ovunque".

Il "Management" si rivolge alle cose, ai processi e ai flussi finanziari.
Perché allora i generali invocano il management?
Perché offre lo scudo perfetto: la deresponsabilizzazione formale.
Se sei un comandante, la responsabilità dell'esito e della vita dei tuoi uomini è tua: personale, assoluta.
Se diventi un "manager", allora la responsabilità si diluisce nelle procedure, nel rispetto del budget, nell'approvazione del piano triennale.
Il Generale-manager non guarda più verso il basso, verso i suoi reparti, la prontezza operativa, l'efficacia in operazione.
Lui, ormai siamo arrivati anche a "lei", guarda verso l'alto, verso i ministeri, i centri di spesa, la politica, a cui deve dimostrare di essere un "buon amministratore".
È la trasformazione del guerriero in alto funzionario di Stato.
Con le stellette.

Mettessimo questi manager a gestire qualcosa ne saremmo terrorizzati.
Questo genere di leadership militare non vuole il VERO management, che nelle aziende serie significa rischiare il proprio posto se i prodotti non vendono o se la strategia fallisce.
Costoro vogliono la "estetica del management" applicata alla sicurezza del posto pubblico.

Se prendessimo uno di questi generali-manager e lo mettessimo alla guida di un'azienda vera, sul mercato libero, assisteremmo a due fenomeni immediati:

- Collasso davanti al rischio reale: abituati a muoversi in un sistema endogamico in cui il budget è stanziato dallo Stato e i fallimenti vengono assorbiti dalla fiscalità generale, non saprebbero gestire la volatilità di un mercato in cui chi sbaglia fallisce.
- Iper-burocratizzazione distruttiva: applicherebbero all'azienda lo stesso identico feticismo del titolo, della nota caratteristica e della gerarchia formale a cui sono avvezzi, soffocando ogni barlume di innovazione e merito in pochissimo tempo.

Il paradosso supremo è che, per sopravvivere alla complessità, mentre oggi il mondo civile e aziendale più avanzato cerca di recuperare concetti tipici del comando militare come la "mission command", la decentralizzazione, la fiducia, il fattore umano, una parte dei nostri vertici militari fa la fila per adottare le scorie del peggior taylorismo aziendale degli anni '80.

È il trionfo della forma giuridico-amministrativa sulla realtà operativa.