22 giugno 2026
L'Italia si sta mettendo nei guai con i droni.
Non ne abbiamo, ma ne servono molti.
Non è ancora chiaro chi li debba gestire, quanti ne servano etc etc.
Ma ancora nessuno ha trovato il tempo di farsi passare al telefono Robert Brovdi, che glielo può spiegare.
L'allusione a Robert Brovdi, il mitico "Magyar" (Madyar), comandante della celebre unità di droni "Uccelli di Magyar" (Madyari Ptashky), colpisce ancora una volta il cuore del problema.
Parliamo di un uomo che, partendo da zero, ha rivoluzionato la guerra dei droni sul campo, inventando tattiche di impiego, sistemi di guerra elettronica artigianale e catene di comando rapide.
Se lo Stato Maggiore della Difesa italiano gli facesse una telefonata, Brovdi liquiderebbe i loro dubbi burocratici in cinque minuti.
Ma in Italia siamo ancora fermi al dibattito teorico, bloccati da una paralisi decisionale che rischia di costarci carissima.
Il ritardo italiano sui droni non è un problema di soldi, ma di "analfabetismo dottrinale" e di guerre di potere interne: le solite "guerre di scrivania".
La paralisi burocratica italiana: di chi è il drone?
Mentre chi combatte ha capito che il drone è un'arma universale consumabile, nei palazzi romani ci si scontra su una domanda puramente burocratica: "Sotto quale giurisdizione ricade il drone?".
- L'Aeronautica rivendica il monopolio di "tutto ciò che vola", pretendendo che anche i piccoli droni da ricognizione e gli FPV seguano linee di certificazione, omologazione e comando complesse.
- L'Esercito ne ha un disperato bisogno a livello di squadra e plotone, come protezione immediata per i fanti e per l'artiglieria, sono anche un materiale di consumo.
- La Marina li vuole per la sorveglianza costiera e navale.
Il risultato?
Non sapendo chi debba gestirli, non si decide "quanti" comprarne, "quali" specifiche debbano avere e "come" addestrare il personale.
Si formano commissioni, si aprono tavoli tecnici, si scrivono documenti dottrinali cartacei... e intanto i magazzini restano vuoti.
Se i nostri pianificatori ascoltassero Robert Brovdi, scoprirebbero che la realtà ha già superato tutti i loro dubbi esistenziali:
1. Il drone non è un "aereo": è munizionamento (Guerra d'Attrito).
L'Occidente approccia i droni con la logica dell'F-35: pochi esemplari, costosissimi, super protetti, con anni di sviluppo.
Brovdi spiegherebbe che un drone FPV (First Person View) da 500 euro è materiale di consumo.
Ne servono migliaia alla settimana, non venti all'anno, sono a perdere: partono, volano e non tornano...
Comprare droni ipersofisticati in piccoli lotti significa rimanere senza dopo tre giorni di combattimento.
2. La decentralizzazione totale: nella dottrina di Magyar, il pilota di droni non aspetta il via libera dal comando di Corpo d'Armata a Roma o a Caserta.
È integrato nel fango con la fanteria, il flusso video va direttamente al comandante di plotone e all'artigliere tramite tablet.
Tablet?
Cosa è un tablet?
Se centralizzi il controllo dei droni per gelosia gerarchica, hai perso la guerra prima di iniziarla.
3. L'evoluzione settimanale, il software batte l'hardware: le frequenze radio dei droni e i sistemi di jamming (guerra elettronica) cambiano anche ogni due settimane, il software di gestione ogni volta che esce una versione nuova.
Un drone comprato oggi con un bando di gara ministeriale di tre anni fa è già obsoleto prima di essere tolto dalla scatola.
Serve una struttura industriale flessibile, capace di modificare i software e le frequenze da un giorno all'altro, non contratti blindati con le grandi aziende di Stato che richiedono varianti d'appalto per ogni modifica.
Lo Scenario Zero dei droni.
Ecco dove si ricollega il metodo: nella colonna del "Non Fare", i nostri decisori hanno omesso di calcolare lo Scenario Zero: cosa succede se ci troviamo a combattere domani e la nostra fanteria è cieca perché non ha droni commerciali sacrificabili, mentre il nemico ne ha migliaia sopra la nostra testa?
Significa mandare i soldati al macello.
Ma per fare quella telefonata a Brovdi servirebbe l'umiltà di ammettere che un ex imprenditore ucraino, nel grado di Maggiore, ne sa più di un intero Stato Maggiore che ha passato gli ultimi vent'anni a fare esercitazioni, vasetti, negli asettici poligoni.
Finché la priorità sarà difendere i confini delle rispettive competenze tra Forze Armate anziché guardare la realtà del terreno, continueremo a produrre slide e a rimanere disarmati.