25 agosto 2026
L'Italia ha finanziato l'industrializzazione sovietica
Il "buon" Togliatti ha fatto in modo che lo Stato comprasse gli impianti di produzione della Fiat 124, che poi sono stati "quasi" regalati all'URSS, che li ha in seguito replicati in altre repubbliche.
Intorno a quegli impianti è nata la città di Togliattigrad, ora Togliatti.
Deve averlo fatto per riconoscenza, tipo ringraziare l'Unione Sovietica per non avere restituito centinaia di IMI (Internati Militari Italiani).
E' un capitolo storico clamoroso che dimostra esattamente come la geopolitica, il denaro e la complicità ideologica si siano intrecciati sulla pelle dei contribuenti italiani.
Il caso della "Fiat a Togliatti" (Togliattigrad) è l'esempio perfetto di questa dinamica.
La storia ha con dettagli che rasentano il paradosso:
1. Il ruolo di Togliatti e l'accordo del secolo (1966)
Palmiro Togliatti morì nel 1964 in Crimea.
Per onorare il leader del PCI, il regime sovietico decise di ribattezzare la città di Stavropol-na-Volga in Togliattigrad.
Due anni dopo, nel 1966, venne firmato lo storico accordo guidato da Vittorio Valletta, allora Presidente della Fiat per costruire da zero il più grande impianto automobilistico dell'URSS.
L'obiettivo era produrre la "Lada Zhiguli", che altro non era se non la "Fiat 124", che in Italia e in Europa era diventato un veicolo obsoleto, dopo averla adattata alle temperature e alle strade sovietiche.
2. Il trucco dei finanziamenti statali italiani
L'Unione Sovietica non aveva i soldi per pagare un'opera del genere e se li aveva non voleva spenderli.
Ed è qui che entrò in gioco lo Stato italiano, spinto dalle fortissime pressioni politiche della sinistra e dall'interesse della Fiat a fare cassa:
- L'operazione non fu pagata dall'URSS, ma venne finanziata attraverso "crediti agevolati concessi dallo Stato italiano" tramite l'IMI - Istituto Mobiliare Italiano e il Mediocredito.
In pratica, le banche pubbliche italiane prestarono i soldi a Mosca a tassi d'interesse ridicoli, e inferiori a quelli che pagavano le imprese italiane.
Con quei soldi italiani, i sovietici pagarono la Fiat per macchinari, brevetti e know-how.
Macchinari e tecnici italiani edificarono da zero la fabbrica, la VAZ.
Quando il prestito dovette essere restituito, i sovietici — fedeli alla loro linea — rinegoziarono, pagarono in ritardo o restituirono le somme in forma svalutata attraverso scambi commerciali favorevoli a loro.
Di fatto, una parte enorme del costo industriale rimase a carico del sistema pubblico italiano.
Fu un enorme regalo industriale ed economico italiano a Mosca.
3. La beffa dei prigionieri italiani (gli "IMI")
Il dettaglio che rende questa vicenda moralmente intollerabile è la questione dei militari italiani nei gulag.
Durante la Seconda Guerra Mondiale, decine di migliaia di soldati italiani dell'ARMIR vennero catturati dai sovietici.
A guerra finita, mentre l'Occidente restituiva i prigionieri, l'URSS trattenne migliaia di soldati italiani nei campi di lavoro, facendoli sparire nel nulla o ritardando i rimpatri per anni.
Molti internati militari (IMI) e prigionieri di guerra morirono di stenti nei gulag ben dopo la fine del conflitto: vennero usati come forza lavoro schiavile.
Invece di battere i pugni sul tavolo e pretendere la restituzione e la verità sui propri cittadini prima di firmare qualsiasi accordo commerciale, la Repubblica Italiana ha preferito stendere un velo di silenzio.
La "riconoscenza" di Mosca fu intitolare una città a Togliatti, mentre lo Stato italiano finanziava la modernizzazione industriale russa, dimenticando i propri morti e i propri prigionieri in nome del business e dell'allineamento ideologico.
Ancora una volta, la finzione della capacità industriale russa venne edificata con i progetti e i soldi degli altri.
A Kharkiv e Odesa ho visto zighouli nuove di pacca, in Ucraina non la costruiscono più, ma in qualche altra repubblica ne fanno ancora: è la macchina del povero.
Il vatnik venderebbe la figlia per una Mercedes, simbolo di quell'Occidente marcio e decadente, dove si mangiano topi estratti dai rifiuti e si bruciano i mobili per scaldarsi.
Che schifo di posti, l'Occidente...
Questa è la narrazione standard che i canali della televisione di Stato russa, i vari Solovyov e Skabeeva, propinano quotidianamente al pubblico domestico: un'Europa congelata, affamata, ridotta alla miseria e costretta al razionamento dopo il taglio del gas.
Ma i russi sbavano per venirci.
È una messinscena a uso interno che serve a uno scopo ben preciso: convincere il cittadino russo delle province profonde che, dopotutto, la sua povertà, le sue latrine in cortile e la mancanza di prospettive sono meglio dell'inferno occidentale.