21 giugno 2026

Andiamo in guerra?

Se l'Italia dovesse combattere una guerra vera, 3/4 dei militari della truppa "sparirebbe", come inghiottito da un buco nero.
Con loro metà dei sottufficiali e 1/3 degli ufficiali.

Questo indicibile e terrificante assunto regge l'intero castello di carte delle nostre Forze Armate.
Chiunque, intellettualmente onesto, conosca la realtà dei reparti dall'interno, sa con certezza che queste percentuali sono drammaticamente realistiche.

Se domani mattina la finzione dei poligoni puliti finisse e l'Italia dovesse affrontare una "vera esigenza reale", una mobilitazione seria, un conflitto ad alta intensità a ridosso dei confini, una guerra d'attrito vera stile Ucraina, dove si muore a centinaia al giorno sotto il fuoco d'artiglieria, assisteremmo a un collasso strutturale istantaneo.

Quella "sparizione" nel buco nero avverrebbe attraverso tre canali ben precisi, calibrati esattamente sulle percentuali elencate:

1. Il 75% della Truppa: la fuga dal "Posto Fisso"

Nelle riforme che hanno portato all'Esercito professionale, la truppa è stata attratta non da una vocazione guerriera, ma dalla promessa del "posto fisso statale".
Per tre quarti dei volontari, la mimetica è un ammortizzatore sociale: uno stipendio sicuro, la sanità pagata, i buoni pasto e la speranza di un trasferimento vicino a casa.
Di fronte alla prospettiva reale di finire in una trincea nel fango a farsi maciullare dai droni di Brovdi o dall'artiglieria russa, quel contratto sociale salterebbe.
Assisteremmo a un'epidemia di:

- Riformismo medico improvviso (mal di schiena, stress psicologico, depressione),
- Congedi parentali di massa e aspettative dell'ultimo minuto,
- Diserzione pura e semplice.

Se il rischio non è più una missione di "peacekeeping" in un compound protetto, ma la morte anonima in un campo di girasoli, tre quarti della truppa ricorderebbe improvvisamente di essere solo dei colletti bianchi con gli anfibi.

2. Metà dei Sottufficiali: i sindacalisti in uniforme

I marescialli e i sergenti sono la spina dorsale logistica e burocratica dei reparti.
Negli anni, moltissimi di loro si sono trasformati in perfetti impiegati d'ufficio, esperti di normative sull'orario di lavoro, straordinari, recuperi e sicurezza sul lavoro (la famosa 81/08 applicata alle caserme).
Metà di loro sparirebbe perché "intellettualmente e fisicamente incapace" di reggere lo sforzo di una logistica campale degradata.
Non saprebbero come gestire una catena di rifornimento sotto i bombardamenti senza poter compilare un modulo Excel o senza il via libera del sindacato interno.
Di fronte al caos della guerra vera, si rifugerebbero dietro lo scudo delle scartoffie o dell'inidoneità fisica.

3. Un terzo degli Ufficiali: i manager da salotto

Gli ufficiali sono quelli che risulterebbero proporzionalmente più presenti sul pezzo, non necessariamente per coraggio, ma per status, orgoglio di casta e ambizione di carriera.
Ma un terzo di loro sparirebbe comunque, evaporando nel momento in cui il comando non richiede più di firmare fogli di viaggio o fare presentazioni PowerPoint, ma di prendere decisioni di vita o di morte in trenta secondi.
Parliamo degli ufficiali cresciuti nei corridoi del Ministero, quelli che hanno fatto carriera "perché era il loro turno", come quei generali che vanno in TV, e che non hanno la minima preparazione mentale allo "Scenario Zero".
Davanti all'obsolescenza dei mezzi e alla mancanza di munizioni, quel terzo di ufficiali entrerebbe in paralisi decisionale o verrebbe rimosso per manifesta incompetenza sul campo.

La resa dei conti con la realtà: il dramma profondo è che chi appartiene all'istituzione militare italiana sa benissimo che questi numeri sono veri.
Per questo motivo si evitano come la peste le riforme strutturali e si continua a finanziare la finzione: perché finché la guerra la si fa solo sulla carta, tutti possono fingere di essere soldati, incassare lo stipendio e fare carriera.

La "vera esigenza reale" è l'unico acido che scioglie la propaganda, mostrerebbe che abbiamo costruito uno strumento militare che è in realtà un gigantesco "ministero assistenziale militarizzato", disegnato per distribuire stipendi e pace sociale, non per combattere e vincere.
E in questo buco nero non sparirebbero solo i militari, ma l'illusione stessa che il Paese sia difeso.

Le FFAA sono un ammortizzatore sociale.
I nostri soldati volevano essere impiegati del Catasto, ma non ci sono posti per tutti e allora tocca fare il militare.
Questa definizione è di una lucidità spietata, ma fotografa l'esatta realtà sociologica del nostro Paese: le Forze Armate come un "Catasto in mimetica".

Nelle regioni con i tassi di disoccupazione giovanile più alti, il concorso nelle Forze Armate non è una scelta di vita basata sulla dottrina militare o sullo spirito di sacrificio; è semplicemente la declinazione moderna del vecchio sogno del posto fisso statale cantato da Checco Zalone.
L'unica differenza è che, non essendoci abbastanza scrivanie libere all'Agenzia delle Entrate o al Comune, ci si deve rassegnare a indossare una divisa e a fare i turni di guardia.
Questo fenomeno produce una serie di distorsioni strutturali che spiegano tutto quello di cui abbiamo parlato finora:

Le tre regole del "Militare-Impiegato":
1. La Sindrome del Cartellino: l'obiettivo è lo stipendio sicuro con il minimo rischio, l'approccio al servizio è puramente burocratico.
Il militare-impiegato ragiona in termini di "orario di lavoro", "straordinari", "recuperi" e "diritti sindacali".
L'idea del sacrificio operativo o dell'addestramento duro e logorante viene vissuta come un sopruso aziendale, non come la preparazione alla guerra.
2. Il Rifiuto del Rischio: un impiegato del Catasto non si aspetta che l'ufficio gli crolli addosso o di dover rischiare la vita.
Di conseguenza, il soldato che voleva il posto fisso farà di tutto per evitare i reparti operativi di punta e cercherà in tutti i modi di imboscarsi in qualche ufficio logistico, al comando di regione o nei servizi territoriali.
Si crea così un esercito con una testa burocratica gigantesca e pochissime braccia pronte a combattere.
3. La Complicità dei Vertici: questa mentalità fa comodissimo ai generali "passacarte".
Alcuni di essi sono tristemente famosi per i loro sproloqui.
Un esercito di impiegati non fa domande scomode, non chiede mezzi rustici che funzionino, non si lamenta se mancano i droni come quelli che ha Brovdi.
Al soldato-impiegato basta che lo stipendio arrivi puntuale il 27 del mese e che la caserma sia vicina a casa.
I vertici possono continuare a firmare slide fuffa e a comprare droni Leonardo costosissimi per fare felici la politica e i sindacati, sapendo che nessuno dal basso protesterà per l'inefficienza dello strumento militare.

Il grande inganno dello Stato

Il dramma di questo sistema è che lo Stato è pienamente consapevole e complice di questo baratto.
Il bilancio della Difesa non viene usato per proteggere i confini o proiettare potenza, ma come un gigantesco "ammortizzatore sociale per calmierare la tensione occupazionale".

È un accordo tacito: "Io Stato ti do lo stipendio che il mercato civile non ti offre, e tu in cambio mi permetti di dire nelle sedi internazionali che l'Italia ha un esercito professionale di 160 mila uomini".

Finché la situazione geopolitica resta calma, il grande inganno regge e tutti sono felici.
Ma nel momento in cui la storia bussa alla porta e serve un esercito vero, e non un ufficio pubblico con le stellette, il castello di carte crolla, e quel "buco nero" che ho descritto inghiotte la finzione in un secondo, lasciando il Paese completamente scoperto.

Io ero pagato per 24 ore al giorno, 7 giorni alla settimana e 365 giorni l'anno.
Licenze e permessi erano subordinati alle necessità operative.
Faceva parte del gioco.

Questa frase segna la linea di confine netta, invalicabile, tra due mondi che non si capiranno mai: il mondo del "Dovere Militare" e quello del "Posto Fisso".

"Faceva parte del gioco" contiene l'essenza stessa di un codice che nelle Forze Armate italiane è quasi estinto.
Quando si firma quel contratto, non si sta vendendo il proprio tempo un tanto all'ora come in un ufficio postale o al Catasto: si sta accettando la "disponibilità totale della propria vita" in funzione della missione.

Questa concezione della vita militare si scontra frontalmente con la realtà.
Il cortocircuito logico ed etico dell'esercito-ammortizzatore sociale sta proprio qui:

- La mentalità del Servizio: il vero militare considera la licenza un "privilegio subordinato alle necessità del reparto".
Se c'è da restare sul terreno, si resta, se c'è da saltare il Natale, si salta.
La retribuzione non paga le ore di presenza, paga lo status e la responsabilità.
- La mentalità dell'Impiego: la licenza è un "diritto sindacale inalienabile", la necessità operativa un "imprevisto fastidioso" che calpesta i diritti del lavoratore (lavoratore!!!).

Se oggi tre quarti della truppa sparirebbe davanti a una guerra vera, è proprio perché quel "gioco" non lo hanno mai voluto giocare.
Hanno firmato per i vantaggi dello status, lo stipendio, la stabilità, ma hanno implicitamente rifiutato i doveri dello status, il rischio, la reperibilità assoluta, la subordinazione della vita privata alla necessità del Paese.

Quando un sistema permette che la mentalità impiegatizia diventi la maggioranza assoluta, chi ragiona ancora con la logica del 24/7/365, è visto come un alieno o un fanatico dai suoi stessi colleghi.
Ma la realtà del terreno, come dimostra la guerra in corso in Ucraina, a chi dà ragione?
Domanda retorica: la sicurezza di una nazione si fonda su chi accetta le regole di quel gioco spietato, non su chi timbra il cartellino in mimetica.

Hanno gettato alle ortiche la Leva, che in qualche luogo ha dato eccellenti risultati, segno che VOLENDO, avrebbe potuto dare gli stessi eccellenti risultati ovunque.
Hanno fatto comandare le FFAA professioniste a chi non aveva alcuna esperienza di selezione, addestramento e gestione dei professionisti.

Questo è l'errore originario, il peccato mortale da cui derivano a cascata tutte le storture che ho descritto.
Il fallimento della transizione del 2005 è stato messo a nudo.

Il passaggio dalla Leva all'esercito professionale è stato gestito con una superficialità e una presunzione da brividi, basate su due giganteschi abbagli logici e manageriali.

1. Il delitto della Leva: buttare il bambino con l'acqua sporca

La Leva è stata liquidata sull'onda di una narrazione politica demagogica: "Il servizio militare obbligatorio è una perdita di tempo, è antiquato, costa troppo".
Peccato che, laddove c'era la VOLONTÀ di far funzionare le cose, la Leva ha prodotto eccellenti risultati.

- In quei reparti dove la linea di Comando funzionava, il cittadino veniva preso, selezionato in base alle attitudini civili, il geometra faceva il topografo, il meccanico riparava automezzi, e trasformato in un ingranaggio operativo efficiente in pochi mesi.
- Se esistevano caserme dove il Servizio si riduceva a "passare la scopa" o a fare "nonnismo", la colpa non era dello strumento in sé, ma della "pigrizia dei comandi" che usavano le reclute come manovalanza gratuita invece di addestrarle.

Invece di riformare la Leva, tenendo la selezione qualitativa e aggiornando i metodi, il Ministero ha preferito raderla al suolo.
Ha rinunciato così all'unico strumento che legava davvero il Paese reale alle sue Forze Armate, garantendo un bacino di massa in caso di mobilitazione: lo "Scenario Zero" che oggi terrorizza l'Europa.

2. Professionisti gestiti da dilettanti della selezione: il secondo cortocircuito è ancora più grottesco.
Nel 2005 lo Stato Maggiore decide che l'Italia deve avere forze armate di professionisti "all'occidentale".
Benissimo.
Ma chi viene messo a progettare e a comandare questo nuovo modello?
Gli stessi identici generali e colonnelli cresciuti nell'epoca della Leva di massa.
Gente che per tutta la vita era stata abituata a gestire una risorsa umana che:

- Arrivava gratis per legge: non dovevano fare "attrazione" o "recruiting",
- non poteva licenziarsi, protestare o chiedere diritti: zero logiche di "retention",
- te ne fregavi se era demotivata, tanto dopo 10 o 12 mesi se ne andava e ne arrivava un'altra mandata fresca a costo zero.

Questi comandanti si sono trovati improvvisamente a gestire dei "professionisti stipendiati", senza avere la minima competenza di risorse umane, psicologia del lavoro, selezione attitudinale o gestione delle carriere sul lungo termine.

Le conseguenze dell'incompetenza manageriale.

Non sapendo come selezionare e motivare un professionista, che richiede standard addestrativi altissimi, orgoglio di reparto e prospettive future, la classe dirigente militare ha applicato l'unico modello che conosceva: "quello della burocrazia ministeriale".

Dal momento che non erano capaci di fare i selezionatori e i formatori di soldati d'élite, hanno aperto le porte delle caserme come se fossero uffici di collocamento.
Hanno permesso che il mercato dei volontari venisse inondato da chi cercava solo lo stipendio, perché per i generali "un soldato valeva l'altro", basta che le tabelle dell'organico fossero piene sulla carta per fare bella figura nei vertici NATO.

È qui che si salda il tradimento della leale collaborazione: chi doveva guidare la più grande riforma strutturale della Difesa dal dopoguerra lo ha fatto senza avere le competenze tecniche per farlo, rifiutando di formarsi e nascondendo l'evidente fallimento dietro la retorica del "va tutto bene".
Hanno preteso di guidare una macchina di Formula 1 mantenendo la mentalità di chi sa condurre un carro trainato da un asino.