28 giugno 2026

GrAcO, BAO e ordinaria idiozia.

Questa è la cronistoria di una certa genialità italica (eufemismo).

Presso la 3ª Brigata missili “Aquileia” esisteva un tempo il GrAcO, acronimo di 13° Gruppo Acquisizione Obiettivi “Aquileia”.
Era un’unità composta da militari di leva, artiglieri e paracadutisti, attiva dal 1959 al 1993.
I suoi componenti, noti come “acquisitori di obiettivi”, incarico 80G, erano addestrati alla ricognizione a lungo raggio.

Si trattava di un reparto caratterizzato da un addestramento duro e selettivo, oltre che da un grande spirito di corpo.
In estrema sintesi: era una bella unità.
Nonostante fosse una bella unità, efficace ed efficiente, alla fine essa venne estinta.

Lo decise un genio.

Per comprendere l’entità del cortocircuito bisogna fare un passo indietro e ricordare che cosa fosse la Brigata “Aquileia”.

La 3ª Brigata missili era stata la colonna portante della difesa NATO nel Nord-Est italiano durante la Guerra fredda.
Il suo scopo principale consisteva nell’impiego di armamento nucleare tattico: dai missili superficie-superficie Lance ai proietti d’artiglieria, le cui testate erano custodite dall’U.S. Army nei depositi “Site Pluto” e “Site Rigel”.

La Brigata fu sciolta il 30 novembre 1991 a Portogruaro e ridotta a 3° Reggimento artiglieria, poi definitivamente chiuso nel 2001.
La decisione fu presa in seguito alla fine della Guerra fredda: il Trattato INF del 1987 sugli “euromissili”, il crollo del Muro di Berlino e l’operazione “Silent Echo”, con cui gli Stati Uniti ritirarono le armi atomiche dall’Europa, avevano ormai azzerato la sua ragione d’essere strategica.

Fino a questo punto, è tutto logico.

Il problema nacque quando lo “Stato Maggiore delle Scartoffie” dovette decidere che cosa fare del GrAcO.

Il GrAcO non era un normale reparto d’artiglieria.
Era un’unità ibrida, divisa in due anime:

1. B.A.T. — Batteria Aerei Teleguidati, specializzata nell’impiego di droni da ricognizione, all’epoca i sistemi Mirach.
2. B.A.O. — Batteria Acquisizione Obiettivi “Pipistrelli”, composta da soldati di leva e volontari in possesso del brevetto da paracadutista e addestrati al LRRP, acronimo di *Long Range Reconnaissance Patrol*: pattuglie da ricognizione a lungo raggio dietro le linee nemiche. Un acronimo mutuato dalla “perfida Albione”, che lo utilizzava già ai tempi di el Alamein.

Apro una parentesi.

Siamo di fronte all’ennesimo caso di italica piaggeria, quello che porta a dare importanza alle cose attribuendo loro nomi stranieri “che fanno importante”. “Pattuglia da ricognizione a lungo raggio” avrebbe svolto perfettamente la propria funzione, senza mancare di rispetto a nessuno.

Chiudo la parentesi.

Apro una seconda parentesi.

In questo momento storico farebbe un gran bene avere a disposizione una unità da ricognizione che impiega droni.
Invece da qualche parte stanno litigando per stabilire "di chi siano i droni".

Chiudo la seconda parentesi.

La soluzione ideale, pulita e logica per il GrAcO era già scritta nei fatti e nella storia del reparto: sarebbe bastato trasferirlo in blocco alla Brigata paracadutisti “Folgore” e farlo crescere organicamente fino a trasformarlo in un Reggimento, mantenendo intatto il preesistente 185° Reggimento Artiglieria paracadutisti.

A rendere ancora più assurda la scelta dei vertici militari c’era un dettaglio tutt’altro che secondario: la B.A.O. “Pipistrelli” era GIA' paracadutista.
Quegli uomini portavano il basco amaranto, condividevano la stessa mentalità, lo stesso addestramento al lancio e la stessa attitudine della “Folgore”.
Non c’era nulla da inventare e nulla da riconvertire sul piano culturale: esisteva già un reparto che parlava la stessa lingua dei paracadutisti e che, dopo la fine della Guerra fredda, si trovava semplicemente privo di una missione strategica.

Invece di seguire il lineare percorso:

BAO del GrAcO → Folgore → nascita del Reggimento acquisitori,

la burocrazia ha preferito incartarsi in tre alibi d’alta scuola.

1. La rigidità dell’Artiglieria: nella dottrina della Guerra fredda, l’acquisizione serviva a indicare le coordinate per i missili atomici o per gli obici da 203 millimetri.
Per i vertici era concettualmente impossibile concepire che una capacità nata nell’Artiglieria potesse passare alla fanteria paracadutista.
Deve essere veramente devastante la difficoltà filosofica insita nel decretare che una cosa cessa di appartenere a X e diventa di Y.

2. Le “Alte Sfere” — FTASE: il GrAcO rispondeva al Comando delle Forze Terrestri Alleate del Sud Europa, il FTASE, ed era considerato un assetto d’intelligence strategica.
Cederlo alla “Folgore” veniva visto come un declassamento tattico.
Se il quadro geopolitico era cambiato al punto da eliminare gli euromissili, sciogliere la Brigata “Aquileia” e cancellare la ragione strategica del GrAcO, quale ostacolo insormontabile impediva di assegnare quel reparto a un’altra struttura?

Non sarebbe più stato dipendente dalla FTASE: sarebbe bastato scriverlo su un ordine e cambiare la catena gerarchica.
Evidentemente, anche questo passaggio doveva apparire ai pianificatori come un problema di filosofia militare di ordine superiore.

Venuta meno la necessità strategica originaria, sarebbe bastato porsi una domanda banale: “Che cosa facciamo adesso con queste componenti operative?”.

La risposta logica sarebbe stata trasferirle al comando più adatto a impiegarle.
Per altri reparti questo è stato fatto, in questo caso, no.

3. La pigrizia istituzionale: nei primi anni Novanta la “Folgore” affrontava la transizione verso il professionismo e i contraccolpi degli eventi in Somalia.
Tra le scuse sulla mancanza di fondi e la miopia amministrativa, prevalse il classico: “Ci mancava solo questa grana”.

Non sapendo come gestire la banalità del reale, i geni della pianificazione misero in atto un capolavoro di cecità strategica, articolato in tre atti: una vera commedia delle decisioni a catena.

Atto I — L’estinzione e lo spacchettamento, 1993

Il 30 settembre 1993 il GrAcO venne sciolto.
La componente tecnologica, la B.A.T., finì al 41° Gruppo specialisti artiglieria “Cordenons”.
La componente umana, la B.A.O., venne invece smantellata e ridotta a un nucleo superstite di appena venti uomini, rinominato “Reparto L.R.R.P.” e parcheggiato a Montorio Veronese.

Il costo dell’inazione? Valutato: zero.

Il ragionamento doveva essere più o meno questo: “Tanto oggi non ci serve. Risparmiamo”.

Nessuno ha considerato e calcolato che ricreare da zero il know-how, le procedure e l’addestramento specialistico necessari per acquisire obiettivi oltre le linee nemiche sarebbe costato decine di volte tanto.

Atto II — La pezza peggiore del buco, 2000-2004

Qualche anno dopo, un altro genio si accorse che all’Esercito, e alla “Folgore” in particolare, serviva disperatamente la capacità di designare gli obiettivi.
Senza acquisitori, l’artiglieria è cieca.

Ci si rese conto che la collocazione naturale del nucleo di “Pipistrelli” sopravvissuto a Verona era proprio la “Folgore”.
Ma, invece di ripartire da quegli uomini, si preferì un azzardo burocratico: si prese il 185° Reggimento artiglieria della “Folgore”, allora a Livorno, e lo si convertì interamente nel 185° RRAO — Reggimento paracadutisti ricognizione acquisizione obiettivi.
Sulla carta, era risolto il problema dell’acquisizione?

Sì.

Ma c'era un ma... un costo collaterale non calcolato: la Brigata “Folgore”, unità di punta per la proiezione rapida del Paese, aveva in ragione di questo completamente perduto il supporto di ariglieria.
I paracadutisti si sarebbero lanciati, ma senza obici a supportarli.

Atto III — Il ritorno al punto di partenza, 2013

A un certo punto ci si rese conto che mandare i paracadutisti all’assalto senza la propria artiglieria equivaleva a un suicidio tattico.
Ed ecco l’ultima intuizione partorita dalla fabbrica dei geni: serviva un reggimento di artiglieria lanciabile.
Nel 2013 venne così ricostituito a Bracciano il 185° Reggimento Artiglieria paracadutisti “Folgore”, proprio per coprire il vuoto devastante lasciato dalle decisioni precedenti.

Il bilancio del Risiko burocratico

Dopo milioni di euro spesi in logistica, decreti, cambi di mostrine, trasferimenti di personale e rimescolamenti di competenze, l’Esercito italiano si ritrovò esattamente con le stesse pedine di partenza:

- un reparto per l’acquisizione degli obiettivi;
- un reparto di artiglieria paracadutista.

Nel frattempo, però, avevamo regalato alla Patria:

- la perdita di tradizioni e competenze, con un filo storico e addestrativo spezzato e poi faticosamente ricucito;
- lo sperpero di denaro pubblico, dissipato per chiudere, spostare, riaprire, rinominare e riaddestrare;
- una vulnerabilità operativa, perché per anni la Brigata “Folgore” operò azzoppata, priva ora dell’uno, ora dell’altro elemento essenziale.

In pratica, si preferì smontare due giocattoli perfettamente funzionanti per poi provare a ricostruirli al contrario con i pezzi avanzati.

Si è trattato di un capolavoro di cecità amministrativa, che ignorò la realtà operativa più evidente: gli acquisitori paracadutisti esistevano già.
Bastava SOLO cambiare la mostrina sul bavero della loro giacca.
Questo è il classico esempio di scuola in cui i decisori hanno confuso il cambiamento con il progresso.

Se nell’ufficio del primo “genio” ci fosse stato qualcuno capace di fermarsi e chiedere: “Va bene, estinguiamo il GrAcO. Adesso vediamo che cosa succederà tra cinque anni alla ‘Folgore’ e all’artiglieria senza questa capacità”.

Allora l’errore sarebbe emerso in tutta la sua ovvietà.
Mi correggo, visto come è andata: allora l'errore sarebbe dovuto emergere in tutta la sua ovvietà.
Invece si preferì procedere a compartimenti stagni.

Risalendo la catena degli eventi, posto che decisioni di questo tipo non accadono da sole, ma vengano formalizzate attraverso ordini scritti, è davvero troppo chiedere di sapere chi ha ispirato questi provvedimenti e chi fosse il titolare della firma in calce a quei provvedimenti?

Come recita una vecchia massima dell’ambiente: “Ci sono tre modi di fare le cose: il modo giusto, il modo sbagliato e il modo militare”.

In questa storia, scelsero decisamente il terzo.