10 giugno 2026
La Società Segreta e la logica del Wolf
Siamo i soliti quattro appassionati, ma stavolta uno salta: non ricordo più cosa doveva fare.
Ci eravamo preparati a lungo e saremmo andati comunque.
Era deciso.
Andiamo in tre: due Tenenti e un Aviere Scelto, riservisti italiani in viaggio verso il profondo Nord della Germania per una gara internazionale per pattuglie militari.
L'obiettivo è la "Elbe-Stör-Marsch", una competizione durissima di marcia, orientamento e prove tecnico-militari.
A organizzarla è la locale "Reservistenkameradschaft Glückstadt", la branca locale dell'associazione dei riservisti tedeschi.
Qui c’è subito la prima, enorme differenza culturale con l’Italia.
Infatti, questa organizzazione non è una Associazione d’arma puramente "di tradizione" che vive fuori dalle mura militari: la RK locale ha la propria sede DENTRO la caserma, è integrata con il reparto attivo.
Non è un dettaglio da poco, che definisce immediatamente il ruolo del Riservista nel mondo tedesco: esso è una risorsa operativa reale, non un reduce con la nostalgia dei tempi passati.
È un giovedì quando ritiro l'auto a noleggio; viaggiamo di notte, dandoci il cambio alla guida, attraversando l'Europa e risalendo la Germania per evitare di arrivare al sabato della gara completamente massacrati dal viaggio.
Il proposito era: arriviamo "presto".
Detto, fatto: poco dopo l'ora della sveglia regolamentare siamo già davanti alla porta carraia della Marinekaserne di Glückstadt, la storica base che ospita il "1. Marine-Sicherungsbataillon" (il 1° Battaglione di Sicurezza della Marina).
Nell'occasione della gara, il Battaglione fornisce alla RK il concorso operativo e logistico necessario.
Dalla porta carraia chiamano qualcuno.
Come di consueto da queste parti, senza troppe formalità ci scortano dentro una palazzina, direttamente al "ponte 2".
Siamo in Marina, dopotutto: anche se siamo in terraferma, l'infrastruttura è concepita come una nave e si ragiona come a bordo.
Ci fanno accomodare in una specie di locale bar che funge da sala riunioni per lo staff della Compagnia.
Sopra la porta spicca una targa in legno incisa al pirografo: "die Geheimgesellschaft", la società segreta.
Poco dopo arriva un Capitano, che dobbiamo avere visibilmente buttato giù dal letto.
Ci guarda, lo guardiamo.
— Cosa fate qui?
— Siamo qui per la gara di sabato. Per noi il viaggio è lungo e abbiamo pensato di arrivare prima, per riprenderci.
Il Capitano assimila il dato in un secondo, e, con una tazza di caffè bollente in mano, identica a quella che hanno dato a noi, dice dritto, senza giri di parole:
— Certo, va bene. La vostra stanza è già approntata, ma non la gestisco io. Suggerisco che vi mettiate in uniforme. Intanto chiamo un sottufficiale e vediamo come occuparvi. Potete cambiarvi nell'antibagno, due porte a sinistra.
Andiamo a recuperare i borsoni in macchina.
Pochi minuti dopo, in uniforme, ritorniamo alla "Società Segreta".
Con diversi caffè già in corpo, troviamo anche un Feldwebel, Maresciallo.
Oggi la Compagnia ha i tiri di reparto con la pistola.
Il Capitano decide all'istante, con quella linearità teutonica che fa risparmiare tempo a tutti:
— Perfetto. Loro domani in gara non spareranno con la pistola, quindi oggi possono andare in poligono con i nostri ragazzi. Li porterà il Tenente con un Wolf. Cominciamo la giornata.
Smettere di bere caffè ci salva da sicure convulsioni da caffeina, tanti ne avevamo bevuti durante il viaggio e in quel paio d'ore.
Per scrupolo borghese e per la cronica abitudine italiana ai divieti e alle complicazioni, chiedo se la nostra auto a noleggio debba essere parcheggiata in un posto specifico.
— Bella domanda! Ovviamente sì. (Gute Frage! Natürlich, ja.)
Il Capitano mi indica una mappa della caserma, e mi mostra esattamente dove siamo e dove lasciare il mezzo.
Problema risolto in trenta secondi.
Niente permessi scritti, niente timbri, in una caserma.
Come accade in Italia, giusto?.
Arriva il Tenente di cui parlavano, che ritira una pistola Heckler & Koch P8 e una fondina per ciascuno di noi.
La truppa è già in poligono.
Saliamo a bordo di un fuoristrada "Wolf", la versione militare della Mercedes Classe G, che ci aspetta con il motore acceso.
Il Tenente scende un attimo per parlare con il Capitano, ci lascia soli a bordo con le armi, una cosa che in Italia avrebbe fatto scattare il panico da omessa custodia, tre inchieste coatte e il blocco della base, poi risale e partiamo.
Arrivati in poligono, allacciamo le fondine e dentro ci infiliamo le P8.
I soldati regolari, una compagnia in addestramento di specialità della fanteria di Marina, stanno sparando con il fucile d'assalto G36.
Noi non lo toccheremo: fa parte delle prove della gara di domani e non possiamo avere un vantaggio formale rispetto agli altri concorrenti.
Logico.
Lineare.
A quel punto, il Tenente gira i tacchi e torna in caserma.
Noi restiamo lì, da soli, con i caporali tedeschi che conducono la sessione di tiro.
A pensarci oggi, con il senno del poi, viene quasi la pelle d'oca: dei graduati di truppa, Oberstabsgefreiter o giù di lì, che guidano in totale autonomia e responsabilità una sessione di tiri regolamentari della Bundeswehr.
E sul terreno ci siamo noi: due Tenenti e un Aviere Scelto italiani, inseriti in una linea di tiro regolare gestita da Caporali.
Ci spiegano il funzionamento dell'arma, cerchiamo di renderci utili nelle retrovie e, quando tocca a noi, spariamo i nostri colpi.
Tutto scorre come un meccanismo ben oliato.
Verso la fine delle attività, un Caporale mi si avvicina e mi parla in tedesco.
Il mio livello con la lingua non era allora così evoluto, ma ho afferrato il concetto: il loro Tenente è in caserma, io sono l'Ufficiale più alto in grado presente sul posto e l'attività di tiro è conclusa.
Tocca a me l'onere di disporre per il rientro in caserma.
E' un onore.
Come farsi capire e, soprattutto, come non inceppare un meccanismo che funziona già da solo?
Mi è tornata in mente la stessa flessibilità che uso in cantiere quando bisogna gestire squadre diverse: si ragiona per schemi pratici e si usano le parole che si conoscono.
Lo guardo e stabilisco le regole d'ingaggio:
— Io sono come un fratello maggiore. Tu eseguirai le procedure che conosci e andrà bene. Tu mi dirai quello che io dovrei fare, e noi lo faremo. La gestione tecnica è tua. Ritorna da me quando siete pronti.
Il Caporale mi fa il saluto di rito.
Ha capito perfettamente: raggiunge gli altri, confabula un attimo e dopo pochi minuti la truppa è schierata davanti a me in perfetto ordine.
Ringrazio, saluto e indico gli automezzi per il rientro: una fila di autocarri Unimog 1300L.
Le procedure logistiche in colonna sono universalmente le stesse, o almeno così credo.
Propongo lo schema standard dottrinale: io sarò in cabina sul primo mezzo, l'altro Tenente sull'ultimo, a chiudere, e l'Aviere Scelto in uno degli autocarri centrali.
Il Caporale ascolta, ma fa di testa sua: posiziona l'altro Tenente nella cabina del mezzo centrale.
Io ho proposto uno schema standard, ma non è il loro schema standard, a quanto pare.
Non capisco la logica del modulo, ma mi adeguo senza fare domande.
La risposta arriva non appena varchiamo in uscita il cancello del poligono.
Il convoglio si spacca immediatamente in due: metà dei camion segue l'autocarro dove sono seduto io, l'altra metà devia bruscamente in una via laterale e segue quello con l'altro Tenente a bordo.
Il soldato alla guida del mio Unimog nota la mia faccia perplessa, si gira e sorride:
— Dividiamo la colonna per motivi di sicurezza, signor Tenente. Raggiungiamo la caserma facendo strade diverse. E a volte... facciamo una gara a chi arriva prima.
Lo guardo, incasso il colpo con il massimo della mia impassibilità e gli rispondo con la più grande bugia della mia carriera militare:
— Ovviamente! Anche noi in Italia facciamo così. E anche noi facciamo le gare.
Sì, certo. Come no! Ma con le biglie, sulla sabbia, facciamo le gare... noi...
Mentre la colonna di Unimog sobbalzava tra le strade secondarie dello Schleswig-Holstein, verso Glückstadt, ho pensato per un attimo ai due Sottufficiali che ho avuto in Italia, sepolti sotto pile di doppi libretti di circolazione, uno persino per il motore della teleferica, che non andava da nessuna parte e stava immobile dove lo mettevamo, registri cartacei dei rabbocchi di gasolio e fogli di marcia da controfirmare in triplice copia anche solo per muovere una Campagnola di tre chilometri.
Lì, tra le brughiere del Nord, due colonne di camion militari si stavano sfidando a chi arrivava prima in caserma sotto la totale responsabilità di una manciata di caporali.
Due mondi separati: in uno vige l'Auftragstaktik, la fiducia nell'individuale capacità e responsabilità di svolgere i compiti, nell'altro, il nostro, la ottusa, asfissiante, fede nella carta.
Ma dove siamo capitati?
Eravamo dentro un pezzo di storia della Bundeswehr e, in particolare, della fanteria della Marina tedesca.
Il Marine-Sicherungsbataillon 1, il 1° Battaglione di Sicurezza della Marina, era un reparto d'élite che aveva come compito primario la protezione delle basi navali, dei siti radar, delle installazioni strategiche della costa baltica e del Mare del Nord e la gestione delle munizioni speciali.
Erano uomini addestrati alla vigilanza, alla sicurezza rigida e al contrasto del sabotaggio.
Il paradosso strutturale era immenso: eravamo all'interno della caserma degli specialisti della sicurezza della Marina tedesca.
Gente che viveva di protocolli di difesa.
Eppure, proprio lì, la sicurezza non è stata intesa come "ti metto tre guardiani italiani a controllarti perché di te non mi fido", ma come "ti assegno un compito e ti lascio la chiave del Mercedes e la cassa di P8 perché sei un Ufficiale e il protocollo prevede che tu faccia la tua parte".
Siamo nella Marinekaserne di Glückstadt e impariamo una nuova lezione.
Domani si fa sul serio: c'è la Elbe-Stör-Marsch, e se le premesse sono queste, la gara sarà un inferno.
* questo testo ha un seguito, la cui redazione richiede di verificare molteplici informazioni a cui non ho accesso diretto...