3 settembre 2026
Servono i droni!
Ho eseguito alcune comunicazioni con alcuni "addetti ai lavori" ucraini, che hanno risposto alle mie domande, certi che non sarò io a compromettere le loro identità, posizione e attuale incarico.
Parliamo del complesso militare-industriale.
Sapete, quei giganteschi conglomerati multimiliardari che non amano nulla più che vendere al Ministero della Difesa un singolo pezzo di plastica volante, eccessivamente complesso, al modico prezzo di una piccola isola caraibica.
Per decenni, questi tizi hanno gestito affari d'oro, vendendo tecnologia e armamenti.
Il nuovo business sono i droni.
Ovvia! Si tratta solo di un drone.
Oh, no!
È un "sistema aereo senza pilota integrato".
Il che significa che arriva con un ecosistema software proprietario e a codice chiuso, una stazione di controllo a terra grande quanto un minivan, moduli di trasmissione specializzati e un contratto di assistenza ventennale che richiede una squadra di tecnici con dottorato di ricerca anche solo per cambiare l'olio.
E guai se una raffica di vento lo facesse finire contro un albero, o se il nemico, la Russia, ne disturbasse il segnale.
Bam!
C'è il concreto rischio che se uno di questi strani oggetti volanti va a sbattere e si rompe in modo "definitivo", allora possono essere dichiarati 3 giorni di lutto nazionale e edizioni speciali del telegiornale.
Sarebbero decine di migliaia di euro dei contribuenti buttati nel cesso, e la stazione di controllo multimilionaria resterebbe lì, nel fango, completamente inutile, perché si rifiuta di comunicare con qualsiasi altro velivolo.
È avidità aziendale mascherata da sicurezza nazionale.
Fin da subito, molto prima dell'adesso e ora in cui in Italia ci si sta occupando dei droni, probabilmente fuori tempo massimo, nonostante i droni facciano parte del futuro da almeno 4 anni, "fin da mo" in Ucraina hanno guardato a questa assurdità burocratica e gonfiata e hanno detto: "No, grazie!".
Trovandosi di fronte a un avversario di pari livello, enorme e dotato di equipaggiamento per la guerra elettronica capace di friggere le cose come fa un forno a microonde a tre miglia di distanza, hanno capito di non potersi permettere gadget proprietari dal costo a cinque cifre e dalla vita operativa pari a quella di uno sciame di moscerini.
Così, gli ucraini non si sono rivolti a Lockheed, non sono andati da Raytheon.
E non sono nemmeno andati da Leonardo.
Hanno invece guardato a un gruppo di adolescenti iperattivi e appassionati che facevano gare di destrezza e velocità con quadricotteri in miniatura dentro magazzini abbandonati: i video sono visibili su YouTube.
Gli ucraini hanno osservato il mondo dell'hobbistica civile e hanno preso in prestito un concetto commerciale noto come "Bind-N-Fly" o, per gli amanti degli acronimi, BNF.
Non si sono limitati a prenderlo in prestito, ma lo hanno trasformato in un'arma, lo hanno scalato e ne hanno costruito una catena di montaggio decentralizzata su scala industriale che, al momento, sta facendo apparire degli emeriti idioti i costosi appaltatori della difesa occidentale.
E anche i loro sprovveduti acquirenti.
Analizziamo il meccanismo di base di questo piccolo gioco delle tre carte "uno-a-molti".
Nel mondo dell'hobbistica civile, il pilota di droni non è stupido: sa che prima o poi, presto o tardi, finirà per schiantarsi.
Questo fa parte della natura dei droni, delle regole del gioco e fa parte del divertimento.
Urti una porta del percorso, finisci contro un muro di cemento e riduci il tuo costoso giocattolo in coriandoli.
Per questo, il pilota accorto tiene con sé l'attrezzatura di valore.
La radio di fascia alta con i comandi personalizzati e fluidi resta nelle mani del pilota.
I visori video ad alta risoluzione rimangono indossati dal pilota.
I treppiedi con antenne direzionali ad alto guadagno sono saldamente piantati nel terreno.
Il velivolo vero e proprio, invece, viene trattato come un bene di consumo.
Compri un drone "Bind-N-Fly", pronto per il collegamento: arriva già assemblato, con motori e centralina di volo, ma senza radiocomando; lo tiri fuori dalla scatola, premi un pulsante per avviare il collegamento wireless tra la tua radio abituale e il nuovo velivolo e sei pronto a volare.
L'esercito ucraino ha adottato esattamente questo schema, istituzionalizzandolo lungo un fronte attivo che si estende per centinaia di chilometri.
Immaginate la scena: una squadra addetta agli attacchi con droni è appostata in una trincea fortificata o in un rifugio sotterraneo ben mimetizzato.
All'interno di questo perimetro sicuro si trova l'attrezzatura di valore del pilota: le antenne, i visori digitali e le radio multicanale di alta qualità.
Questa strumentazione è il loro bene più prezioso: accompagna la squadra turno dopo turno, settimana dopo settimana.
Fuori dal rifugio c'è un vero e proprio buffet di scatole di cartone.
Vengono estratti dagli imballaggi quadricotteri generici da 7 o 10 pollici, prodotti in serie, che costano tra i trecento e i cinquecento euro l'uno.
Non si tratta di oggetti da custodire gelosamente: sono proiettili volanti, sono munizioni sacrificabili, sono materiale di consumo.
Un volontario collega la batteria, assicura un carico esplosivo alla pancia del drone e lo appoggia a terra.
Poi, restando al riparo della trincea, il pilota esegue la procedura di collegamento, il "rito" BNF: aziona un paio di interruttori sulla sua radio, associa in wireless il radiocomando al ricevitore di bordo di quello specifico drone e lo lancia in cielo.
Il pilota guida questo economico pezzo di fibra di carbonio in una corsa kamikaze di sola andata, puntando dritto al portello di un carro armato che costa alcuni milioni di euro.
Boom!
Il drone esplode, viene vaporizzato e ridotto in frammenti.
Il carro armato diventa un rottame fumante.
Nella postazione, al riparo, la cabina di controllo del pilota è del tutto intatta, perfettamente pulita e subito pronta a eseguire un’altra procedura di accoppiamento digitale con il successivo drone economico estratto dalla scatola.
Si tratta di un'efficienza splendida e terrificante.
Non è possibile gestire un’operazione decentralizzata e su vastissima scala come questa se ogni officina artigianale costruisce droni con logiche interne differenti.
Se ogni drone volasse in modo diverso, un pilota rischierebbe un esaurimento nervoso nel tentativo di adattare la propria memoria muscolare da un volo all’altro.
È necessaria la standardizzazione e, dato che l’industria della difesa non l’ha offerta, gli ucraini l’hanno attinta dalla comunità civile open source.
Hanno adottato un firmware di controllo del volo gratuito e gestito dalla comunità, chiamato Betaflight: lo stesso utilizzato dagli hobbisti civili per far compiere acrobazie e capriole ai loro droni da gara.
Lo hanno preso e lo hanno modificato.
Lo hanno ritoccato, lo hanno reso resistente alle interferenze di livello militare e hanno creato una propria versione sicura per il tempo di guerra, che sul campo viene chiamata "MilBeta".
Facendo di MilBeta lo standard universale assoluto, hanno ottenuto un risultato incredibile: la totale uniformità della fisica di volo.
Non importa se un drone FPV è stato assemblato in uno stabilimento industriale all'avanguardia a Lviv o saldato da una nonna in un laboratorio ricavato in una cantina a Kyiv: il codice di base è esattamente lo stesso.
Nel momento in cui un pilota associa il proprio radiocomando al velivolo, questo risponde ai movimenti dei pollici con una precisione assoluta e familiare: le velocità di beccheggio, l'accelerazione di rollio, le curve di risposta dell'acceleratore, sono tutti perfettamente identici.
Ciò ha permesso ai militari di abbandonare i lunghi e tediosi programmi di addestramento tipici delle forze aeree tradizionali, sfornando invece operatori altamente qualificati attraverso percorsi accelerati, proprio perché ogni singolo drone si comporta esattamente come quello precedente.
E la modularità non si limita al livello software, ma è integrata direttamente nell'hardware fisico.
Al centro di ognuna di queste "bombe" volanti si trova un piccolo assemblaggio elettronico a due livelli noto come "flight stack", o blocco di controllo del volo.
Il livello superiore ospita il Flight Controller, il vero e proprio cervello, che contiene un microprocessore e un piccolo chip chiamato IMU (Inertial Measurement Unit), dotato di minuscoli giroscopi e accelerometri digitali in grado di calcolare raffiche di vento e orientamento migliaia di volte al secondo.
Il livello inferiore è costituito dall'ESC, Electronic Speed Controller, una scheda di potenza ad alto amperaggio che riceve i comandi dal cervello e decide esattamente quanta elettricità inviare a ciascun motore.
Inizialmente, tutti acquistavano questi componenti da marchi commerciali cinesi per hobbisti, come SpeedyBee.
Poi però, con il pretesto di non prendere le parti né di Russia né di Ucraina, la Cina ha attuato divieti di esportazione, controlli alle frontiere e i tipici colli di bottiglia della catena di approvvigionamento.
Nella pratica, però, questi ostacolano solo l'Ucraina e niente e nessuno limita le forniture alla Russia e/o alle organizzazioni russe.
Nel mondo tradizionale delle commesse militari, un intoppo nelle forniture significa che un programma multimiliardario si blocca bruscamente per anni, mentre i politici discutono in commissione.
Tuttavia, poiché il modello BNF si basa su dimensioni fisiche universali e standardizzate, le startup ucraine come Vyriy Drone hanno semplicemente osservato la disposizione dei fori di montaggio, solitamente una griglia standard di trenta per trenta millimetri, e hanno iniziato a produrre in proprio flight controller e regolatori di velocità di livello militare perfettamente compatibili.
Se in un laboratorio di assemblaggio vengono esauriti i motori brushless di tipo "outrunner" di una certa marca non si convoca una commissione parlamentare, non si riprogetta l'intera macchina volante: si prende semplicemente una scatola di motori provenienti da una fabbrica completamente diversa, li si fissa ai bracci universali del telaio in fibra di carbonio, si saldano i tre cavi ai contatti standard dell'ESC e si spedisce il tutto al fronte.
È come usare i mattoncini Lego, ma con l'esplosivo attaccato.
Naturalmente, il problema principale quando si utilizza attrezzatura hobbistica civile in una zona di guerra è il collegamento radio.
I kit civili di tipo BNF, Bind-N-Fly, sono obbligati per legge a operare su bande di frequenza commerciali ristrette e prevedibili: solitamente 2,4 GHz o 915 MHz.
Molti lo sono, ma non tutti i russi sono stupidi: dispongono di imponenti sistemi di guerra elettronica montati su camion, progettati per saturare proprio quei canali con un muro di interferenze.
Se si tenta di far volare un drone hobbistico standard in quelle condizioni, il collegamento di controllo si interrompe istantaneamente e l'investimento da cinquecento euro precipita nel fango come un piccione morto.
Così, gli ingegneri del software ucraini hanno attinto ancora una volta al mondo open-source: hanno preso un protocollo radio civile chiamato ExpressLRS, creato da appassionati che volevano semplicemente far volare i propri droni dietro le colline senza perdere il segnale.
Lo hanno dissezionato e ne hanno riscritto completamente il codice, per realizzare una versione militare denominata "MilELRS".
Avendo pieno accesso al codice sorgente, hanno eliminato le frequenze commerciali standard e hanno riprogettato i ricevitori interni e i moduli trasmittenti per operare su bande militari altamente non convenzionali e fuori standard.
Si parla di canali specifici a 433 MHz, blocchi a 700 MHz o bande ad alta frequenza personalizzate che spaziano dai 6,7 ai 7,2 GHz.
È qui che la flessibilità del modello Bind-N-Fly si rivela davvero preziosa.
Se una squadra di piloti di droni ucraini riceve la notizia che i russi hanno schierato un nuovo sistema di disturbo, jamming, capace di saturare lo spettro dei 915 MHz, non si arrende.
Non deve attendere un aggiornamento software dalla sede centrale di un'azienda situata chissaddove e in chissà quale fuso orario.
Basta infilare la mano in tasca, inserire un nuovo modulo di trasmissione a frequenza personalizzata nell'alloggiamento sul retro del proprio radiocomando RadioMaster, prendere una serie di droni già equipaggiati con ricevitori compatibili sulla stessa frequenza, eseguire una rapida procedura di pairing digitale e volare direttamente attraverso la finestra di disturbo russa.
Il firmware MilELRS fornisce al pilota anche una diagnostica in tempo reale a schermo, indicando l'esatto livello di interferenza radio presente nell'area di volo e consentendo di cambiare manualmente canale durante il volo per eludere il segnale del disturbatore.
Provate a fare una cosa del genere con un tradizionale contratto di fornitura militare...
Ma la massima espressione di questa rivoluzione industriale BNF è il modo in cui hanno risolto il limite fisico ultimo del radiocomando: l'“orizzonte radio”.
Quando un drone FPV vola ad alta quota, mantiene un collegamento diretto e senza ostacoli con la postazione del pilota.
Tuttavia, quando il drone scende verso il suolo per colpire un obiettivo, ad esempio un carro armato nascosto dietro una fila di alberi o una trincea di fanteria, il terreno, gli edifici e la vegetazione si frappongono tra lui e la base.
La linea di vista radio si interrompe, il segnale video del pilota svanisce nel disturbo statico e il drone diventa completamente cieco ed estremamente vulnerabile ai sistemi di disturbo locali montati su veicoli, proprio nell'istante cruciale in cui gli è richiesta la massima precisione.
Come si risolve il problema di un drone cieco con cui non è più possibile comunicare?
Gli si fornisce un "cervello" autonomo, adottando la stessa filosofia modulare "plug-and-play".
Alcuni consorzi software hanno sviluppato chip compatti ed economici per l'intelligenza artificiale di tipo "edge-computing", come il modulo di autonomia TFL-1.
Grazie alla compatibilità con lo standard BNF, questi minuscoli chip AI sono progettati per collegarsi direttamente ai pin di cablaggio universali delle unità di controllo di volo (flight stack) MilBeta già in uso.
Con questo piccolo chip AI integrato nel "sandwich" elettronico, l'intero ciclo operativo cambia.
Il pilota associa il radiocomando al drone, decolla ed esegue la missione manualmente.
Tuttavia, una volta raggiunta l'area dell'obiettivo e individuato un veicolo nemico sullo schermo, al pilota basta tracciare con il mouse un riquadro attorno al bersaglio per agganciarlo.
Non appena l'aggancio viene confermato, il pilota può letteralmente staccare le mani dalle levette del radiocomando e accendersi una sigaretta.
Allora il modulo AI di bordo assume il controllo totale del computer di volo, utilizzando algoritmi di visione artificiale per seguire la sagoma fisica del bersaglio e guidare il drone verso il suo centro.
Anche se il segnale video dovesse sparire completamente lasciando solo il disturbo statico, o se il nemico attivasse tutti i disturbatori radio ad alta potenza nel raggio di cinque miglia, non avrebbe importanza: il drone non ascolta più il mondo esterno, non ne viene più influenzato e non ha più bisogno di essere in collegamento radio con il suo operatore.
Lui insegue il bersaglio in autonomia, apportando correzioni di rotta in frazioni di secondo mentre è in volo, fino a schiantarsi contro l'obiettivo.
Ciò che l'Ucraina ha realizzato appropriandosi, modificando e potenziando su larga scala un modello civile di tipo "Bind-N-Fly" rappresenta un enorme campanello d'allarme per l'intero apparato della difesa globale.
Gli ucraini hanno dimostrato che software open source, elettronica di largo consumo e un flusso di lavoro flessibile e completamente svincolato dai sistemi tradizionali possono umiliare sistematicamente piattaforme aerospaziali convenzionali dal costo multimilionario.
Hanno mostrato che, nel futuro della guerra, la supremazia non apparterrà al Paese che impiega trent'anni per costruire il velivolo più complesso, proprietario e tecnologicamente esasperato che si possa immaginare, ma apparterrà invece alla parte capace di scalare con maggiore efficienza la logica semplice, modulare e infinitamente adattabile di un drone da corsa amatoriale.
Bene.
Cosa ci aspetta ora?
Ogni Paese europeo ha avviato il suo programma "droni", seguendo l'esempio ucraino.
Si tratta di puro pragmatismo: non ha senso inventare ciò che esiste e funziona, ma ha senso "imparare" dai maestri, creare accordi, avviare joint ventures.
Per ridurre i ritardi al minimo e produrre, produrre, produrre.
Si tratta di essere intelligenti.
Cosa sta facendo l'Italia?
Molto poco, e lo sta facendo male.
Le chiacchiere non mancano, come spesso accade in Italia.
Tutti dicono la loro, e propongono cose, soprattutto quelli che ne sanno di meno.
Esistono iniziative private che si professano "esperti di droni", ma non ne hanno ancora prodotto uno.
Le grandi aziende della Difesa sono a loro volta "indaffarate": i PowerPoint sono ormai innumerevoli, ma droni in volo non se ne vedono.
Al Ministero della Difesa vige la regola non scritta per cui nessuno si prende una responsabilità e per non diventare padre, o madre, di una iniziativa che non può dare il risultato atteso, nessuno spinge per porre fine alla fuffa.
Una altra grave malattia colpisce al Ministero e le organizzazioni dipendenti: l'ignorante diffidenza rispetto a tutto ciò che è open source, nella convinzione che formati proprietari, siano essi meccanici, elettrici, elettronici o software, garantiscano maggiore "controllo", mentre è vero esattamente il contrario.
Pertanto, mentre ognuno attende "istruzioni" da chi non vuole darne o non è titolato a darne, il tempo passa...
È troppo difficile immaginare che quando l'Italia avrà i droni, se mai ciò accadrà, essi saranno pochi e... si sarebbe potuto fare meglio?