3 maggio 2026
Il grande bluff della Difesa.
Voglio smontare il grande alibi della burocrazia militare: quello secondo cui la qualità dello strumento dipende esclusivamente dallo status giuridico o dal budget, anziché dagli uomini.
Dalla mia esperienza in ambito nazionale e all'estero, evinco una verità universale: il moltiplicatore di forze non è il contratto di lavoro, è l'esempio del comandante.
Il miracolo della leva comandata bene
Per definizione, il soldato di leva non voleva essere arruolato: non aveva un tornaconto economico né una carriera da difendere.
Quando un comandante riusciva a far fare a questi ragazzi "cose eccezionali" e in qualche caserma accadeva, significava che era avvenuto un capolavoro di leadership pura.
Quei comandanti non usavano il codice disciplinare: usavano l'autorevolezza, la credibilità, la condivisione del disagio e la capacità di dare un senso a quel "sacro dovere".
Il cittadino in armi rispondeva non al grado, ma all'Uomo.
E se "da qualche parte" la Leva funzionava, allora sarebbe bastato replicare quanto accadeva in quelle caserme per ottenere risultati molto simili ovunque.
Si trattava di fattore umano e, visto che i soldati NON si comandano da soli, dove la Leva funzionava male o non funzionava affatto, allora si trattava di comandanti incapaci o pigri.
Scrivo pigri per non scrivere lavativi.
Purtroppo, rilevo che neppure il "soldato professionista" eccelle in dedizione.
Certo, sto generalizzando, ma ho verificato che al soldato professionista devi stare con il fiato sul collo come si doveva stare con il fiato sul collo al soldato di leva.
La differenza fra i due sta solo nello stipendio.
E non mi si dica... ma le missioni, e la complicazione dei sistemi d'arma, e questo e quello...
Abbiamo mandato i militari di leva alle missioni in Libano, in Somalia, in Albania e in Mozambico.
Soldati di leva italiani partecipavano alle esercitazioni della NATO.
Non è che prima che esistessero i professionisti non ci fosse nulla!
Il professionista che "non fa nulla" sotto un comando inadeguato è il fallimento più totale del sistema.
Il professionista vende il proprio tempo e la propria specificità tecnica: se incontra un comandante da operetta, focalizzato sulla forma, sulla propria nota caratteristica, sul non rischiare nulla prima della scadenza calendariale, il militare si adegua per autodifesa.
Diventa un burocrate in uniforme.
Si limita al minimo sindacale, perché, se il suo capo cerca solo l'allineamento formale, quel soldato capisce che l'eccellenza non serve a nulla.
Chi ha avuta un po' di esperienza internazionale sa che all'estero il comandante da operetta dura pochissimo: viene isolato dalla realtà o travolto dai fatti, perché i sistemi meritocratici misurano l'efficacia del reparto, non la lucidità degli anfibi del comandante.
In Italia, la fine della leva ha tolto la "massa", ma la burocrazia ha mantenuto intatta l'illusione che basti un decreto di nomina per creare un capo.
E invece, un comandante mediocre riesce a spegnere anche il professionista più motivato, mentre un comandante vero trasformava un ragazzo di leva di vent'anni in un soldato eccellente.
Questo divario tra la "forma" burocratica e la "sostanza" del campo è probabilmente la ferita più grande per chi crede profondamente nello spirito di servizio.
Uno dei tabù più grandi dello strumento militare professionale italiano è la combinazione dell'invecchiamento della forza del lavoro con l'iper-tutela burocratica.
Nel mondo reale, se il tuo corpo è il tuo strumento di lavoro e quel corpo si rompe, il mercato ti impone di reinventarti o soccombi.
Nelle Forze Armate, l'introduzione del professionismo ha importato i diritti del Pubblico Impiego, ma senza i meccanismi di flessibilità e ricollocamento che servirebbero a uno strumento che, per natura, deve rimanere giovane ed efficiente.
Il meccanismo della "causa di servizio" e della successiva riforma parziale o transito nei ruoli civili crea un paradosso immenso, strutturato su tre livelli:
1. L'esercito degli "idonei parziali"
L'età media dei graduati di truppa in Italia è tra le più alte della NATO.
Mentre un esercito ideale ha bisogno di personale operativo, la combinazione tra l'invecchiamento anagrafico e l'insorgere di patologie fisiche produce una quantità enorme di personale che:
- non può fare servizi armati.
- non può andare in teatro operativo.
- non può fare attività addestrativa pesante.
Queste persone rimangono in organico, occupando un "posto" che teoricamente dovrebbe essere di un soldato operativo, ma di fatto svolgendo mansioni d'ufficio o logistiche.
2. Il Comandante-Amministratore di Condominio
Un comandante di professionisti oggi passa una percentuale spaventosa del proprio tempo a gestire faldoni di pratiche medico-legali, ricorsi per cause di servizio, istanze di trasferimento per motivi di salute, Legge 104 e similari.
L'attività di comando si trasforma da guida tattica e umana a gestione di un ufficio di collocamento protetto, dove l'obiettivo del comandante è non fare passi falsi che potrebbero costargli un ricorso al TAR.
3. La perdita dello spirito di corpo
Quando il militare di leva si faceva male, c'era un sistema di congedamento o di gestione temporanea, ma la ruota girava.
Oggi, il professionista che vede il collega imboccare la via della causa di servizio, magari legittima, ma a volte "stiracchiata" per ottenere benefici o l'ambitissimo posto fisso "dietro una scrivania", si sente un fesso a continuare a spaccarsi la schiena sul campo.
Lo spirito di servizio si corrompe e diventa "sindacalismo strisciante".
Chi ha esperienza internazionale sa come funzionano i contratti a termine corti, i modelli "Up or Out": o vieni promosso perché vali, o dopo un certo numero di anni te ne vai nel mondo civile con una liquidazione e una formazione spendibile.
In Italia si è preferito applicare il modello del "posto fisso ministeriale" a un mestiere che fisso non può essere, perché il corpo umano, come è noto, invecchia.
La figura del VSP, Volontario in Servizio Permanente, è un'anomalia tutta italiana, nata da un compromesso politico-sociale che ha scambiato lo strumento militare per un ammortizzatore sociale.
Quando nel 2000 si è deciso di abolire la leva e creare lo strumento professionale, la politica ha avuto paura di fare l'unica cosa logica che per la truppa fanno tutti gli eserciti moderni: i contratti a termine corti, 3, 5, massimo 7 anni, seguiti da un serio reinserimento nel mondo del lavoro civile o nelle forze di polizia.
Invece, si è preferito promettere il "posto fisso a vita" anche a chi sta alla base della piramide.
Il risultato è esattamente un cortocircuito biologico e operativo.
A 40 o 45 anni, la biologia non fa sconti a nessuno.
Il corpo è "frullato" da anni di zavorrate, fango, turni di guardia e attività usuranti.
- Un fuciliere di 42 anni, con le ginocchia e la schiena logorate, non ha più la reattività, la resistenza e la velocità di un ventenne.
- In qualsiasi esercito NATO, a quell'età sei un Sergente Maggiore o un Ufficiale con compiti di leadership e pianificazione, oppure sei tornato a fare il civile.
In Italia, rischi di essere ancora nei ruoli della truppa, teoricamente destinato a balzare fuori da un veicolo corazzato con 30 kg di equipaggiamento addosso.
Poiché la realtà si impone sulla burocrazia, quel quarantenne non verrà, e non potrà esserlo, quasi mai impiegato in prima linea.
Di conseguenza, i reparti operativi soffrono di due piaghe:
- L'imboscamento di necessità: i comandanti devono inventarsi ruoli d'ufficio, logistici o di magazzino per "sistemare" il personale anziano che non regge più il campo.
- Il sovraccarico dei pochissimi giovani: quei pochi ventenni e trentenni rimasti in prima linea devono fare il doppio dei servizi, delle guardie e delle missioni, accelerando il loro stesso logoramento fisico e psicologico.
Il modello "Up or Out" serve a mantenere l'età media della truppa operativa sotto i 25-27 anni.
All'estero, lo Stato ti forma, usa la tua massima efficienza fisica negli anni d'oro, e poi ti sblocca dei fondi per studiare o ti dà corsie preferenziali per impieghi civili, dove l'ernia del disco non è un fattore invalidante.
In Italia abbiamo preferito l'illusione burocratica: mantenere lo status di "combattente" sulla carta a chi, per ovvie ragioni anagrafiche, ha ormai le esigenze, i ritmi e la salute di un impiegato ministeriale.
Questo sistema non solo mina la prontezza operativa del Paese, ma umilia lo stesso personale, costretto a scivolare verso la "causa di servizio" o l'inefficienza solo perché lo Stato ha rifiutato di accettare che anche un fuciliere invecchia.
Il peccato originale e le colpe successive stanno in cima alla piramide militare: gli Stati Maggiori hanno scientemente barattato l'efficienza dello strumento operativo in cambio della pace sociale interna e della salvaguardia dei propri equilibri di potere.
A chi, pronto come un cobra, forse per proteggere se stesso, adesso sosterrebbe che si è trattato di una decisione politica, rispondo che formalmente questo è vero, ma che gli Stati Maggiori, nella loro funzione di guida e indirizzo, sono gli ideatori e i promotori di queste storture, che i politici hanno avvallato, secondo il principio costituzionale della "leale collaborazione".
Il politico medio non distingue un plotone da un reggimento, e quando si è trattato di scrivere le leggi di riforma, dalla Legge Martino sull'abolizione della leva nel 2004, fino ai vari riordini delle carriere, si è seduto al tavolo chiedendo agli Stati Maggiori: "Cosa dobbiamo fare? Voi siete i tecnici".
Gli Stati Maggiori hanno "suggerito" la strada della stabilizzazione a vita per la truppa (il VSP) per una serie di motivi precisi, tutti lontanissimi dal concetto di efficienza bellica:
1. La logica del consenso interno
Creare un sistema "Up or Out", contratti corti e congedo, avrebbe significato gestire ogni anno migliaia di giovani che tornavano nel mondo civile, spesso senza che lo Stato italiano fosse in grado di garantire loro un lavoro.
Molto più facile, per i vertici militari, proporre alla politica il "posto fisso".
Questo azzerava le proteste, faceva felici i sindacati e le neonate associazioni sindacali militari, e garantiva la pace sociale all'interno delle caserme.
Il prezzo di questa pace, però, lo pagano oggi i reparti operativi con i fucilieri quarantenni.
2. La difesa della piramide e delle poltrone
In un esercito moderno a contratti corti, la base della piramide, la truppa, è enorme e fluida, mentre il vertice, ufficiali superiori e generali, è snello.
In Italia si è fatto il contrario.
Per giustificare l'altissimo numero di generali e colonnelli ereditati dall'epoca della leva, gli Stati Maggiori avevano bisogno di "numeri", di organici complessivi alti.
Stabilizzare la truppa a vita ha permesso di mantenere artificialmente gonfia la struttura dei quadri intermedi e superiori.
Se hai una truppa anziana che diventa "impiegatizia", avrai bisogno di uffici, direzioni, ispettorati e comandi per gestirla.
Più uffici significa più poltrone da generale.
3. La sindrome dell'adempimento burocratico
I vertici che hanno pianificato queste riforme sono quei "comandanti da operetta", cresciuti a pane e note caratteristiche.
La loro priorità non è mai stata: "Come rendo questo esercito letale e pronto al combattimento secondo gli standard NATO?".
E' stato: "Come standardizzo le procedure per non avere grattacapi legali o amministrativi sotto il mio mandato?".
Hanno preferito trasformare le Forze Armate in un impiego ministeriale qualunque, dove il diritto del singolo al posto fisso prevale sul dovere istituzionale dell'efficienza.
Che i vertici militari hanno fatto i burocrati quando dovevano fare i generali è una amara verità: pur di non aprire un conflitto con la politica e con la base, hanno avallato un sistema che sapevano essere biologicamente e operativamente fallimentare.
Il risultato è sotto gli occhi di tutti: la politica firma i decreti, ma la penna che ha scritto quelle riforme disastrose era in mano a chi indossava insegne di grado elevato.
Questa, alla fine, è la vera "resa" della leadership militare italiana.