31 agosto 2025
Viaggio a Baku
Nei mesi di novembre e dicembre dell’anno 2014 sono stato coinvolto in un progetto di arredamento residenziale VIP all’interno di uno di quei villaggi dai nomi esotici che esistono alla periferia ovest di Mosca.
Uno dei fornitori di quell’arredamento aveva suggerito il mio nome alla architetto che seguiva l’intera costruzione e, con la scusa di “coordinare” gli addetti ai montaggi, le avrei potuto dare una mano con certe altre cose.
E’ stata una esperienza interessante: sono andato, ho fatto ciò che dovevo, lei mi ha pagato e prima di Natale ero a casa.
Qualche mese dopo ho ricevuta la telefonata di un mobiliere, che conoscevo per fama, ma non sapevo realmente chi fosse.
"Buongiorno, sono Antonio XXX, proprietario del mobilificio YYY.
Tempo fa ho parlato con JJJ che lei conosce, che mi ha suggerito di contattarla in merito a un problema che lei può risolvere…”
"Sono tutto orecchi!", gli ho risposto.
In breve, fra le altre cose, la sua ditta aveva fornito parte dell’arredamento in una delle residenze di un “personaggio molto” importante a Baku, città capitale dell’Azerbadjan.
Facendo le pulizie, la “serva” aveva rovinato una delle tante ante della cucina.
Non oso pensare alla punizione subita dalla malcapitata.
Quell’anta doveva essere sostituita: una anta rovinata di una cucina i cui valore sarebbe sufficiente a acquistare 3 automobili di categoria “premium” non si ripara, si cambia…
Situazione difficile, per il valore economico dei beni forniti e installati e il complesso delle questioni di sicurezza in ballo.
Antonio era convinto che io potessi gestire la cosa, anche in ragione dei miei trascorsi militari, che, secondo lui, mi rendevano “facili”, le misure di sicurezza in vigore in quel luogo e per il padrone di casa.
Ho obiettato che tanta considerazione mi lusingava, ma...
Ho spiegato a Antonio che io so ovviamente come si sostituisce l’anta di una cucina, tuttavia questo genere di operazione non rientra fra i miei normali compiti: "Lo so, lo so! Ma davvero si è creata una situazione … ingarbugliata.
Ho davvero bisogno di una mano".
Quasi impietosito, ma in fondo curioso, ho dato spago a Antonio, che ha più o meno succintamente descritto come la cosa sarebbe potuto essere fatta.
Lui avrebbe fatto produrre l’anta, e il giorno concordato la avrebbe fatta consegnare all’aeroporto di Venezia, unitamente a un cacciavite “a croce” della misura adatta.
Io arrivo, ritiro l’anta, mi imbarco in un aereo, volo a Baku, sostituisco l’anta, mi pagano e rientro.
Messa in questo modo sembra facile.
Esistono pochissimi voli diretti dall’Italia a Baku e allora nessuno da Venezia.
L’idea di uno scalo a Mosca, che sarebbero diventati due con il ritorno, non mi entusiasmava.
Inoltre, io non avevo un visto per l’Azerbadjan e chiederne uno mi sarebbe costato in tempo, denaro e fastidi.
Ero in attesa degli sviluppi, sempre più pronto a informare Antonio che questa “operazione” aveva troppe incognite per i miei gusti e che a causa di questo non avrei potuto aiutarlo.
Ma alcuni giorni dopo Antonio mi ha chiamato nuovamente:
"E’ tutto confermato! Devi andare a Venezia.
Li ci sarà un aereo privato per questa cosa, volo diretto per Baku, il visto non ti serve, perché il cliente “supera ogni visto”, ti portano dove devi cambiare l’anta e lo fai, pernotti presso il cliente e il giorno dopo sei nuovamente a Venezia con qualche euro di più in tasca.
Ti confermerò nei prossimi giorni la data esatta".
Descritta in questo modo l’intera operazione appare folle dal punto di vista economico: credo che il costo del solo viaggio sia prossimo a quello della intera cucina.
Cosa avevo da perdere?
Se si fosse dimostrato tutto illusorio, allora avrei perduta una mezza giornata del mio tempo.
Invece, sarei andato se l’aereo ci fosse stato.
Il giorno fatidico sarebbe stato il successivo 17 aprile, mercoledì.
Nel frattempo c’è stato un paio di altre telefonate.
Qualche giorno prima ho prenotato il parcheggio per la mia auto nei pressi dell’aeroporto di Venezia, presso cui il parcheggiatore mi avrebbe accompagnato e prelevato al ritorno.
Non ero ancora certo della data e dell’orario di ritorno: lo avrei informato tempestivamente e nel peggiore dei casi avrei aspettato un poco il suo arrivo.
La sera precedente ho preparato un minimo di necessaire in uno zainetto.
Quel giorno mi sono messo in viaggio con calma e ho raggiunto con ampio anticipo la zona dell’aeroporto.
Arrivo presso il parcheggiatore: “Quando ritorna? Quale è il suo volo di ritorno?”
"Ritorno domani, ma non conosco quale volo sia e il suo orario".
Il commesso mi guarda stranito, ma poi fa spallucce e chiude l’argomento, consegnandomi un tagliando che mi avrebbe permesso di ritirare la mia auto una volta rientrato.
Salito sulla navetta, sono stato portato all’aeroporto.
Dico all’autista, che mi guarda sorpreso: "Io non vado al terminal Partenze, ma a quello della Aviazione Generale".
Senza fiatare, all’ultima rotonda egli svolta a destra invece che a sinistra.
Davanti all’ingresso mi aspetta un dipendente di Antonio, che mi chiede se sono Fabio e avuta la risposta affermativa mi consegna un pacco avvolto in quella plastica da imballaggio fatta di bollicine.
Lui mi saluta e si incammina verso un furgoncino della azienda di Antonio.
Entro nella stazione della aviazione generale, con in mano il passaporto.
Mi si avvicina uno steward, che chiede se io sono “Mister Fabio” gli rispondo "Yes" e lo seguo.
Ogni mia comunicazione con lo steward si sarebbe svolta in lingua inglese: nessun problema.
Mi accompagna in un ufficio dove un annoiato poliziotto analizza il mio passaporto e a tratti mi osserva.
Poi mi restituisce il documento.
Mai avuto un controllo aeroportuale di identità così veloce e silenzioso.
Chissà cosa aveva concordato lo steward prima che io arrivassi.
Una grossa berlina con un cartello “servizio VIP” ci porta alla scaletta di un aereo Gulfstream con le marche azere: l’aereo c’era.
Lo steward mi fa salire, indicandomi che l’intera carlinga sarebbe stata a mia disposizione.
Scelsi un posto vicino all’uscita, dal lato sinistro e vicino a un oblò: non mi piace volare con il sole di fronte.
Il pacco contenente anta e cacciavite e il mio zainetto spariscono chissà dove.
Appare il pilota, che mi spiega che avremmo sorvolato i Balcani e sfiorata la Grecia, attraversato di sbiego il Mar Nero fino al Caucaso e da lì saremmo atterrati a Baku: il volo sarebbe durato circa 6 ore.
Lo steward aggiunse che qualunque cosa io volessi, mi sarebbe bastato chiedere per ottenere e che fra circa 2 ore e mezza da allora avrebbe servito il pranzo.
Ho calzate le cuffie per ascoltare la musica che ho nel telefono, ho controllato la tensione della cintura di sicurezza e mi sono messo comodo.
Avviati i motori, l’aereo è stato accompagnato al punto di attesa dall’apposito veicolo “Follow Me”.
In testata pista, autorizzato al decollo, l’aeromobile si è messo in moto e ha accelerato, salendo prestissimo in volo.
L’aereo era particolarmente silenzioso, rispetto ai più grandi aerei passeggeri a cui sono abituato.
Ogni tanto davo una occhiata all’esterno.
Consumato il pranzo e bevuto il caffè rimaneva un altro pezzo di viaggio da fare.
Viaggiare da solo era alquanto noioso e davvero io non avevo idea di cosa chiedere allo steward per fare passare più velocemente il tempo.
Circa 6 ore dopo il decollo lo steward mi ha comunicato che ci stavamo avvicinando alla destinazione e che presto avrei dovuto riagganciare la cintura di sicurezza per l’atterraggio.
Questo è avvenuto senza scossoni.
E ci mancherebbe altro…
Atterrato, l’aeromobile ha liberata la pista e, preceduto dal “Follow Me” ha raggiunto una area “dedicata” dell’aeroporto di Baku.
Era ormai l’imbrunire.
Fermi in parcheggio, è salito a bordo un “poliziotto”, che ha confabulato con lo steward e è entrato nella cabina di pilotaggio.
Subito sono arrivati 2 fuoristrada Mercedes neri, di quelli di forma squadrata, e si sono sistemati ai piedi della scaletta.
Lo steward mi ha chiesto passaporto: “E’ dentro una tasca dello zaino”.
Lui preleva sia zaino che anta dove li aveva riposti e mi porge lo zaino.
Estratto il passaporto, glielo ho passato, lui lo ha aperto e sfogliato, consegnandolo poi al “poliziotto”, che se lo è infilato in una tasca della camicia.
Il “poliziotto” mi fa cenno di alzarmi e ha indicata l’uscita, precedendomi.
Sembrava un arresto, più che un benvenuto.
In cima alla scaletta, ho notato che a fianco di ogni veicolo, rivolto verso l’esterno, era un individuo armato: avevo una scorta armata.
Mi è stato indicato il secondo veicolo, di cui lo steward ha aperto lo sportello posteriore destro.
Salito, mi sono accomodato e ho allacciato le cinture: l’autista mi guardava annoiato dallo specchietto.
Nel frattempo lo steward ha sistemato zainetto e anta nel bagagliaio.
I due tizi armati sono saliti uno alla volta nel rispettivo veicolo.
Il tempo di farlo e eravamo in movimento: ogni sbarra e ogni cancello si aprivano all’avvicinarsi.
Nessuno ha aperto bocca, abbiamo viaggiato una mezz’ora, fra periferie e viali lunghissimi.
Ormai era buio e io non avevo idea di dove fossimo.
Arrivati al cancello di una villa enorme, siamo entrati e mi hanno portato all’ingresso di servizio dell’edificio.
Attendendo disposizioni, non mi azzardavo a muovermi.
Fino a quando un tizio è arrivato e ha aperto il mio sportello, mentre un cameriere prelevava zainetto e anta e li depositava su un carrello, che ha spinto in “casa”.
Chi mi ha aperto lo sportello mi ha invitato a scendere con un cenno e mi ha fatto entrare nella villa: era una specie di maggiordomo, che in inglese mi ha chiesto se avessi bisogno di qualcosa.
Ho approfittato di un bagno.
Lui mi attendeva dando le spalle alla porta.
In inglese, gli ho chiesto cosa ne era stato del mio passaporto.
Lui ha risposto di non preoccuparmi del passaporto e mi ha chiesto se volevo vedere il lavoro da fare.
Gli ho risposto che sì, ero lì per quello…
Sorridendo, mi ha accompagnato in cucina.
L’anta era già lì.
Ho chiesto e ottenuto un paio di forbici per sballare l’anta e il cacciavite, ma all’operazione ha provveduto un cameriere.
E’ quindi arrivata una donna, sulla quarantina, alquanto dimessa e timorosa.
Parlando la lingua locale, il maggiordomo indica alla donna le due ante, me, il cacciavite e parla, parla…
Lei stava quasi piangendo.
Immagino che, non sapendo, lei avesse usato per la pulizia un solvente, forse alcool, che aveva lasciato un alone biancastro proprio al centro dell’anta, che era in noce tinta naturale.
Senza essere notato, le faccio l’occhiolino e mi sembra che ciò l’abbia un po’ calmata.
Non credo lei capisse l’inglese, ma nel dubbio, le ho spiegato che l’intera operazione non avrebbe preso più di 5 minuti.
Eravamo in 4 in una cucina per svolgere un lavoro di 5 minuti: il maggiordomo, un cameriere che non sembrava affatto un cameriere e che probabilmente non lo era, una donna di servizio preoccupata e io.
Aperta l’anta in questione e impugnato il cacciavite, ho disingaggiato la cerniera inferiore, poi, sostenendola con la mano libera, ho disingaggiato anche quella superiore.
Avevo in mano l’anta rovinata a cui ho tolto il pomello.
Ho ingaggiato la cerniera superiore della anta nuova, poi la inferiore, ho avvitato il pomello e eseguito un paio di movimenti di apertura e chiusura.
Mi sono allontanato un paio di passi dalla nuova anta, per verificare il suo allineamento: era un “attimo” fuori al bordo alto e sporgente in basso: operare sulle apposite viti delle cerniere avrebbe risolto subito.
In un probabile eccesso di zelo, ho proposto al maggiordomo di “dare una occhiata” a tutte le ante e ripristinare gli allineamenti ottimali.
Sono quindi entrati in cucina due tizi armati di fucile AK, che hanno data una rapida occhiata in cucina e poi se ne sono andati.
Io ho fatto finta che il caso non fosse mio e poco dopo è arrivato il padrone di casa, accompagnato da quello che credo fosse un segretario.
Mi ha salutato, ha verificato il lavoro che stavo svolgendo e ha parlato brevemente al maggiordomo.
Salutando, se ne è andato in un altro locale.
Nel frattempo era pronta la cena, che ho consumato con il personale.
La cucina nella quale mi trovavo aveva solo una funzione estetica e veniva usata di rado, nelle occasioni, tipo un ricevimento.
Dopo cena mi si è avvicinata la donna di servizio, che per il tramite del maggiordomo mi ha chiesto se lei avesse dovuto dormire con me.
Sorridendo, ho risposto che io sono timido e che di solito dormo da solo.
Ha sorriso anche lei e mi salutò, andandosene.
Immagino che “dormire con me” avrebbe fatto parte di una sorta di castigo, che non credo, se del caso, sarebbe stato compito mio somministrare.
Sono quindi stato accompagnato in una foresteria, dove avrei pernottato.
Uscendo dal corpo principale della villa, il maggiordomo mi disse che, qualunque cosa io abbia voluto, l’avrei avuta, bastava chiedere.
Appellandomi alla mia ormai nota timidezza, gli ho risposto che avrei dormito fino al mattino.
Il giorno seguente, di buon mattino, ho atteso di vedere qualcuno, un segno di vita, un cameriere... e mi sono fatto accompagnare alla colazione.
Lì mi ha presto raggiunto il maggiordomo, che ha suggerito che mi preparassi per tornare a Venezia, ma che prima sarei dovuto passare dal padrone di casa.
Mentre lo diceva faceva quel gesto, strofinando i polpastrelli dell’indice e del pollice della mano destra: il gesto internazionale che indica “denaro”.
In pochi secondi ero nell’ufficio domestico del padrone di casa.
Su un tavolo di fronte a lui era il plastico di un centro urbano, di quelli che costruiscono gli architetti quando partecipano a un concorso o partecipano a un progetto.
Il padrone di casa stava scrivendo e io mi sono attardato a osservare il plastico.
Finito ciò che stava facendo l’uomo mi ha guardato e mi ha indicato una poltroncina di fronte alla sua scrivania.
Estrasse una busta da un cassetto e me la porse: era il mio compenso.
L’ho ringraziato e l’ho infilata in una tasca del giubbotto, senza accertare quanto contenesse.
Mi chiese cosa pensassi di quel plastico.
Gli risposi che non è a me che deve piacere, ma a chi paga la costruzione e a chi ci andrà a abitare e che le mie competenze in architettura sono relative, occupandomi per lo più del lato ingegneristico dei progetti di cui mi occupo.
"Ah! Tu non sei un lavoratore? Avrei dovuto immaginarlo! Cosa sei, allora?"
In breve gli ho raccontato il significato della mia professione.
Il padrone di casa mi ha quindi chiesto se la somma predisposta per me fosse sufficiente.
Gli ho risposto che se avessi dovuto farmi pagare per il vero valore della sostituzione di una anta mi sarei vergognato e che il costo della intera operazione avrebbe permesso a alcune famiglie di vivere un anno e che qualunque cifra ci fosse nella busta sarebbe stata sufficiente.
"Cosa pensi quindi di questo progetto?"
Gli ho risposto che non capivo dove e come sarebbero “passate” le utenze: elettricità, acqua, fognature, scarichi piovani, telefono, gas…
Lui: "E’ così ogni volta! Agli architetti interessa solamente dimostrare il loro estro. E quando tutto sembra finito rompono e scavano nelle strade appena asfaltate, e piantano pali ovunque e non si sa dove mettere la pioggia...
Stavo sorridendo…
Con il dito indice della mano destra gli ho fatto capire quanto lo capissi.
"Dammi il tuo indirizzo: voglio che tu insegni questa cosa al nostro architetto.
Nella busta è il mio biglietto: se ti serve qualcosa la prossima volta che vieni, chiamami.
Chiamò il maggiordomo.
Mi fece cenno di andare.
Gli chiesi del mio passaporto.
"Lo avrai in aeroporto".
Con un cenno della mano l’ho salutato e ho chiuso dietro di me la porta del suo ufficio.
Questa volta a attendermi c’era un solo fuoristrada, con il solo autista.
Il finto cameriere aveva il mio zaino, che finì nel bagagliaio dell’auto.
Ricevute istruzioni e chiuso il mio sportello ci siamo messi in movimento, giungendo all’aeroporto molto più in fretta di quanto ci volle a percorrere il viaggio di andata.
Probabilmente, per confondermi, venendo abbiamo fatto un giro “tortuoso”.
Come accadde all’arrivo, i cancelli si aprivano al nostro avvicinarsi e sono stato portato ai piedi della scaletta dello stesso aereo del giorno prima.
Lo steward era diverso e parlava un inglese migliore.
Si presentò il pilota: avremmo volato sopra il Caucaso, di sbiego sul Mar Nero, Grecia e penisola balcanica, avremmo trovato pioggia sopra la Grecia e saremmo atterrati a Venezia Marco Polo prima delle 19:00.
Sarei stato a casa per l’ora di cena.
Mi sono messo comodo, ho consumato il mio pranzo e ho scambiato qualche parola con lo steward.
L’aereo appartiene a un oligarca azero, che spesso lo “presta” ai suoi amici: anche da quelle parti i potenti si scambiano “favori”.
Lo steward mi porse il mio passaporto, che ho sfogliato, individuando i timbri di ingresso e uscita.
Quando li hanno fatti?
Ho estratto dalla busta il biglietto da visita del “padrone di casa”: Ziya Məmmədov, Ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti.
Ho immediatamente capito ciò che di questa vicenda mi era ancora oscuro.
Un architetto azero mi ha scritto alcuni giorni dopo, presentando alcuni quesiti.
Gli ho risposto e da allora non ho avuto altri contatti con lui, né ne ho avuti con Mammadov.