23 giugno 2026
Australia
C'è un giovane di cui sono mentore.
Un po' mi assomiglia: formazione tecnica, applicazione di ciò che ha studiato, energica applicazione di ciò che conosce.
E' un giovane adulto, che prende in autonomia le sue decisioni, ma che sovente mi consulta per questioni di strategia e anche tecniche/operative.
Ha lavorato da subito dopo ottenuto il diploma, in una azienda con buon nome, ma presto vi ha riscontrato un pessimo trattamento del personale: tentativi di non pagare viaggi e trasferte, accuse di inefficienza, rimproveri ingiusti e ingiustificati, turpiloquio.
Lui si è stancato e me ne ha parlato.
Io non ho potuto fare altro suggerirgli di valutare bene le varie opzioni.
La considerazione che sono più quelli che si lamentano che non trovano personale di quelli che non se ne lamentano ha convinto il giovane: male che mi possa andare, qui in Italia un lavoro qualunque lo trovo sempre.
Ha deciso di mettersi alla prova in Australia.
Si è licenziato prima delle ferie estive e si è impegnato un paio di mesi in lavori occasionali per "fare gruzzolo".
Ha accantonato quanto necessario per il visto, il viaggio, il necessario e la "riserva" per soddisfare anche i requisiti finanziari imposti dall'Australia a chi decide di aderire al programma governativo australiano per la selezione di personale qualificato.
Qualificato non solo nel senso professionale: gli australiani preferiscono non portarsi in casa piantagrane e delinquenti parziali o interi.
Il suo primo rapporto mi dice che lui in Australia ha trovato tanta, tanta, tanta buona educazione, gentilezza, assai poca spocchia e molta concretezza: se sei bravo, sei bravo.
E' la chiusura perfetta del cerchio, ed è una storia che purtroppo si ripete con una regolarità disarmante, che dimostra esattamente che, mentre qui ci si perde nella "nebbia" dei discorsi astratti sul cambiamento e sull'inclusione, i migliori talenti tecnici, quelli con la farina nel sacco, prendono l'aereo e vanno dove la realtà e il merito contano ancora.
Vediamo di analizzare i tre punti fondamentali di questa vicenda:
1. Il paradosso del "Buon Nome"
L'azienda da cui tutto parte è l'emblema di quel declino di cui ho a volte discusso.
Ha un marchio spendibile, forse una bella targa nell'atrio, ma dentro è vuota.
Quando un'azienda si riduce a fare la guerra sui rimborsi delle trasferte o usa l'accusa di "inefficienza" come arma di pressione psicologica per non pagare il dovuto, significa che ha smesso di produrre valore attraverso l'eccellenza e cerca di raschiare il fondo del barile tagliando i costi sui diritti base dei lavoratori.
2. Il mercato capovolto: "Non si trova personale"
E' un'osservazione acutissima: "sono più quelli che si lamentano che non trovano personale di quelli che non si lamentano di questo".
La retorica imprenditoriale nostrana è piena di pianti sul fatto che "i giovani non hanno voglia di lavorare".
La storia del mio allievo dimostra la verità: i giovani qualificati hanno voglia di lavorare, ma non hanno voglia di farsi sfruttare o di farsi trattare in modo inurbano.
Le aziende che trattano le persone con rispetto e pagano il giusto, il personale lo trovano eccome, e non hanno bisogno di lamentarsi sui giornali o su LinkedIn.
3. La lezione dell'Australia: educazione e pragmatismo
Il sistema di immigrazione e selezione australiano è l'antitesi della nostra burocrazia clientelare o del selezionatore con una astratta lista di caselle da spuntare.
Lì la logica è puramente ingegneristica:
- Serve quella competenza? Sì.
- Sai dimostrare di saperlo fare? Sì.
- Benvenuto.
E la reazione del ragazzo, lo stupore per la "tanta, tanta, tanta buona educazione e gentilezza", fa quasi stringere il cuore.
Significa che in Italia siamo arrivati a considerare come "normalità" la tossicità aziendale, la maleducazione e il sospetto.
All'estero, nei paesi a cultura pragmatica e anglosassone, l'educazione non è buonismo: è efficienza.
Sanno che un professionista sereno, rispettato e pagato produce il triplo di uno frustrato e oppresso da micro-tagli sullo stipendio.
Credo di avergli suggerito bene: valutare la realtà dei fatti e non le promesse.
Il giovane è cresciuto come tecnico.
Forse un po' mi assomiglia, in questo.
Purtroppo per il nostro tessuto industriale, le sue competenze e capacità ora arricchiranno un altro Paese, mentre qui i selezionatori continueranno a cercare candidati con gli "occhi del colore giusto" e le aziende continueranno a lamentarsi che le caselle non hanno segni di spunta.
La scelta di questo giovane mi lascia un po' di amaro in bocca, ma sono orgoglioso di questa svolta, anche se essa non è ancora definitiva.
In breve, vediamo come è andata...
Arrivato, in 2 giorni ha ottenuto codice fiscale, documenti e ciò che serve.
Ha mandato 20 email a 20 aziende del suo settore prese su un elenco.
Cold calls.
Ha ricevuto 20 telefonate di ringraziamento: "Grazie per l'interesse verso la nostra azienda".
Anche in Italia ti chiamano per ringraziare, quando gli invii un curriculum...
Delle 20 telefonate 12 sono diventate proposta di colloquio.
Al secondo colloquio si è fatto assumere.
Il titolare: hai bisogno che vengo a prenderti alla fermata dell'autobus?
Questa storia è una scarica di adrenalina e di pragmatismo.
Dimostra in modo matematico che quando la competenza incontra un sistema che funziona, la "nebbia" si dissolve in quarantotto ore.
Il contrasto tra il trattamento che ha ricevuto in Italia e questa accoglienza è quasi commovente, ma soprattutto evidenzia la differenza tra un Paese bloccato dalla burocrazia e uno che corre sulla base della fiducia e dell'efficienza.
I passaggi di questa impresa sono una lezione di vita professionale:
1. La velocità del sistema: Burocrazia al servizio del lavoro
In due giorni ha avuto codice fiscale e documenti.
In Italia, spesso, per ottenere i documenti di sbarco o di regolarizzazione per un professionista straniero, o anche solo per sbloccare certe pratiche locali, servono mesi di code, pec e rimpalli.
Lì lo Stato si comporta da facilitatore: ti dà subito gli strumenti per essere regolare e iniziare a produrre valore e pagare le tasse.
2. La dignità delle "Cold Call" e la cultura del Ringraziamento
Mandare 20 email a freddo e ricevere 20 telefonate di ringraziamento è la dimostrazione plastica di cosa significa "rispetto per il lavoro".
La mia ironia, "Anche in Italia ti chiamano per ringraziare...", è purtroppo la realtà: da noi la norma è il silenzio assoluto, il candidato viene trattato come un questuante che sta "disturbando" il selezionatore che risiede in cima a un piedistallo.
In Australia hanno capito che se un tecnico specializzato si propone alla tua azienda, ti sta facendo un favore, ti sta offrendo un'opportunità di business.
Per loro, ringraziare è il minimo sindacale dell'educazione.
3. La conversione dei numeri: dalla sostanza al contratto
- 20 email
- 20 ringraziamenti
- 12 colloqui pianificati
- Assunzione al secondo colloquio.
Questi non sono numeri da mercato del lavoro malato: sono i numeri di un mercato sano, affamato di competenze, dove non si perde tempo a fare tre mesi di test psicometrici o dinamiche di gruppo per capire se "sei allineato ai valori aziendali".
Hai la formazione?
Hai l'attitudine pragmatica?
Ti metto alla prova.
4. Il titolare: "Serve che ti venga a prendere?"
Questa frase è il capolavoro di tutta la storia.
Non è solo gentilezza, è "intelligenza imprenditoriale".
Quel titolare ha capito di avere davanti un elemento di valore, un giovane che ha attraversato il mondo per lavorare.
Offrirsi di andarlo a prendere alla fermata dell'autobus significa: "Voglio che tu sia nelle condizioni migliori per dare il massimo, ti considero una persona e una risorsa preziosa, non un numero da spremere a cui contestare la nota spese".
Ho capito che questo giovane possiede la struttura mentale e la "farina" per non farsi piegare da un sistema mediocre e per avere il coraggio di tentare il salto.
Credo che, come mentore, per ciò che lui mi ha permesso, ho fatto un buon lavoro.
La mia soddisfazione è notevole, vedendo applicato il mio approccio in un posto che, finalmente, lo valorizza come lui merita.
Il ragazzo sta bene, lavora senza pressione, ha già cambiato diverse aziende e ovunque può tornare quando vuole.
Buongiorno alla mattina e ci vediamo domani e grazie alla sera.
Gli danno cose da fare e lui le fa.
Spesso lui è in vantaggio tecnologico e allora decide se proporre un miglioramento oppure no, senza che gli venga risposto "si è sempre fatto così".
Non fosse all'altro capo del mondo per lui è come essere a casa.
Non sapeva l'inglese.
Lo sta imparando e non è mai stato un problema.
Quello che lui descrive è un ambiente di lavoro sano, dove la normalità non è fatta di eroismi, stress o straordinari non pagati, ma di rispetto reciproco, flusso logico e buon senso.
Nel suo racconto ci sono tre passaggi fondamentali che smontano pezzo per pezzo i dogmi della burocrazia aziendale nostrana:
1. La tecnologia e il "Si è sempre fatto così"
Il fatto che lui sia spesso in vantaggio tecnologico e possa scegliere "se e quando" proporre un miglioramento senza sentirsi dire la frase-killer di ogni innovazione, "si è sempre fatto così", dimostra che in quelle aziende "si potenzia ciò che va bene, si cambia ciò che deve essere cambiato" applicando una filosofia sul cambiamento che assolutamente condivido.
C'è ascolto, non arroganza anagrafica o gerarchica.
Se una soluzione è migliore e funziona, la si adotta.
Fine della nebbia.
2. "Buongiorno, ci vediamo domani, grazie"
L'essenzialità di questi tre saluti racchiude una dignità immensa.
Significa che il lavoro comincia e finisce in orari chiari, che c'è riconoscimento del tempo e dello sforzo dell'altro, "grazie", e che la vita personale non viene cannibalizzata dalle emergenze artificiali create da una cattiva programmazione dei manager.
"Gli danno cose da fare e lui le fa": è l'essenza dell'efficienza tecnica.
Niente teatrini politici o dinamiche di potere.
Non c'è micro-management: il professionista riceve un incarico e sta a lui come portarlo a termine.
Magari senza che chi non sa "come si fa" pretenda di insegnarglielo.
3. La lingua non è un blocco, se c'è la competenza
Lo schiaffo definitivo ai selezionatori delle "liste di spunta" viene ora...
Un selezionatore tradizionale lo avrebbe scartato subito alla prima casella: "Non sa l'inglese fluente, respinto".
In Australia, un paese pragmatico, hanno guardato a lui e alla sua testa, non alla sua pronuncia.
Hanno capito che la tecnica è una lingua universale, che un disegno tecnico, un codice o un ciclo di lavorazione si leggono allo stesso modo a Milano come a Sydney, e che l'inglese lo avrebbe imparato sul campo.
E così è stato.
Sentirsi a casa all'altro capo del mondo
La frase "è come essere a casa" è la più potente.
Significa che per chi ha una forma mentis tecnica, basata sulla concretezza, sulla logica e sull'affidabilità, la vera "casa" non è il luogo geografico in cui si è nati, ma qualsiasi posto in cui le regole sono chiare, il merito viene riconosciuto e il lavoro viene trattato con rispetto.
Il ragazzo possiede la "farina" e la spina dorsale necessarie per non farsi piegare dai compromessi al ribasso.
Se oggi lavora senza pressione e raccoglie successi, significa che lui mette metodo e rigore professionale nelle cose che fa.
Sono orgoglioso di avere contribuito alla sua crescita professionale, anche se il grosso del lavoro l'ha ovviamente fatto lui.
Ma un po' mi fa rabbia pensare che l'Italia sta letteralmente regalando menti così all'altro capo del mondo.
Lui rientrerà in Italia alla fine del periodo stabilito per questa esperienza, con in mano una "abilitazione" che, se volesse, gli aprirebbe le porte a un permesso di soggiorno e lavoro a tempo indeterminato.
Nel frattempo si troverà una occupazione.
Secondo voi, come andrà a finire?
In tutti questi anni ho maturato una convinzione: c'era un patto.
Voi lavorate e pagate le tasse e noi, politici e funzionari, gestiamo lo Stato.
E noi abbiamo lavorato e pagato le tasse.
Questo è il nervo scoperto più profondo di tutta questa vicenda, e ne rivela la radice politica e sociale.
Quello è il contratto sociale fondamentale su cui si fonda una democrazia industriale moderna.
Il patto era semplice e chiaro e lo hanno sottoscritto generazioni di tecnici, artigiani, ingegneri e lavoratori:
- La mia/nostra parte del patto: svegliarsi la mattina, mettere la propria intelligenza e la propria "farina" nel lavoro, produrre ricchezza reale, far funzionare i cantieri o le fabbriche, e versare una quota importante di quel valore allo Stato sotto forma di tasse.
- La loro parte del patto: usare quelle risorse per creare infrastrutture efficienti, garantire una burocrazia snella che faciliti il lavoro anziché ostacolarlo, e gestire la macchina pubblica con lo stesso rigore e la stessa responsabilità con cui un buon lavoratore o un professionista gestisce la sua attività.
Fa arrabbiare realizzare che NOI lavoratori la nostra parte di quel patto l'abbiamo rispettata fino in fondo: abbiamo lavorato e abbiamo pagato tasse.
La controparte, i nostri politici e leader, invece, lo ha tradito.
Ha usato quelle risorse per nutrire una burocrazia elefantiaca, ha creato mercati di "bollini e spunte" per giustificare la propria esistenza, e ha permesso che il tessuto industriale venisse svilito al punto da costringere chi ha valore a scappare per trovare della semplice, elementare buona educazione e la valorizzazione del suo saper fare.
Quando chi gestisce lo Stato smette di essere un facilitatore del lavoro e diventa un ostacolo, il patto si rompe.
La storia di questo giovane dimostra che oggi i giovani migliori non accettano più questo tradimento: se lo Stato non garantisce la sua parte, loro prendono le proprie competenze, l'unica vera ricchezza che nessuno può tassare o burocratizzare, e le portano dove quel patto è ancora valido e rispettato.
È una presa d'atto amara, ma di una lucidità cristallina.
Condividere la sua esperienza e fare da mentore, in questo scenario, è diventato forse l'unico modo per tramandare quel rigore e quell'onestà professionale che la macchina pubblica ha smesso di tutelare.